22 Agosto 2022

Mdou Moctar

Dionisio Capuano
Mdou Moctar

Oh Gaddafi, ci hai lasciato, a chi hai affidato l’Africa? / l’Africa è vittima di così tanti crimini / se stiamo in silenzio sarà la nostra fine / Cosa sta accadendo? Qual è la ragione di tutto ciò? (Mdou Moctar – Afrique Victime)

Parafrasando Enzo Carella, l’Africa è un’infanzia rubata. Mahamadou Souleymane viene da Agadez, Niger. In cinque album si è imposto come la più originale voce dell’Africa-metafora della festa. Il recente ed esplosivo  “Afrique Victime” (2021) è stato prodotto dalla Matador, storica etichetta indipendente newyorkese. Suona un ibrido che s’impone subito come originario per l’intensa, non del tutto esplicabile, emotività. Blues del deserto, etichetta che può essere vero e proprio fraintendimento, usatela come pista per esplorare quanta vita e musica e politica c’è in quell’area a dir poco inquieta che comprende Mali, Niger, Libia, Algeria, Burkina Faso.

C’è tutto un mondo (non intorno, ma dentro) sfruttato ed inquieto, che sobbolle pressato dal neocolonialismo, che gioisce senza requie nelle feste di matrimonio, si consuma in lotte tra clan. C’è Mdou, l’ultra-nomade, tra la terra natia, gli Stati Uniti e l’Europa con i suoi compagni di viaggio, Ahmoudou Madassane (chitarra ritmica), Souleymane Ibrahim (percussioni). E quel Michael “Mikey” Coltun, bassista e produttore (uno di quelli “giusti”, del giro di Zorn), un incontro che sa di fato e che è il colpo di reni.

Armonie e melodie nomadiche, incarnate da questo chitarrista mancino (come l’Hendrix al quale tributa qualcosa e che ascolta anche Van Halen) con una tribale composta assertività, spinte da una macchina ritmica che simbiotizza subito con il corpo e, se non ci si mette a ballare mantenendo il frigido aplomb borghese, dentro è comunque un tripudio cardiocircolatorio. Viene pure voglia di imparare il tamasheq mentre si tenta di biascicare insieme a lui Iket N’arkalghal Iket chismiten / Iket N’arkalghal Iket chismiten / Nak ikyadakana na Olke Algahlnam, un’invocazione all’Onnipotente per essere migliori e vincere i sentimenti di invidia e di insicurezza (Chismiten). Lui canta l’amore, la pace, l’educazione, l’Islam (certo che sì), lo scorno ed i fallimenti sociali. 

L’Holidays Festival è un evento singolare. Tre edizioni con programmi curatissimi, un crescendo di interesse e di partecipazione; l’impressione che sia sul punto di diventare un fenomeno, un po’ come Dancity, però in un contesto “green”, al fresco dell’alta collina di Scopoli; palchi sostenibili al limitare del bosco, atmosfera familiare e rilassata. Il 31 luglio scorso, ultimo di una bella tre giorni, eravamo là, in un’oasi-pausa dalle torride retoriche estive; si stava così bene che, sì, abbiamo pensato pure all’Human Be-In, in un senso radicale, come dire “tutti i posti dove si sta bene, si somigliano”.

Entra, tra luci e fumigazioni, la chitarra che suona nel deserto. Moctar è alto e signorile, sorridente, sta al centro della scena in un light design perfetto, con suggestioni retro-futuristiche, psichedelico di viola-blu-rosso e sfumature. In luogo a poca distanza dal centro del mondo, col backstage che sembra incavernato nella montagna, si diffonde una musica languorosa, ballabile e potente. Ci porta oltre l’afro-rock, il moroccan pop, l’etnica alternativa (i Dissidenten, chi si ricorda Fata Morgana?), i “fratelli” Tinariwen.

Rock di uno che suona nel deserto. Suono che si riconosce come proprio. D’altronde, da tempo immemore, innerva le musiche musica alte, medie e basse del Mediterraneo, quantomeno. Ma, al di là delle vibrazioni ubiquitarie, il quartetto possiede un’espressività assoluta e dal vivo impatta per pulsione ritmica ed stimolazione elettrica. Il fraseggio è veloce, fitto, e damascato, luminoso come i suoi abiti, quale che ne sia il colore. Il basso si sintonizza con cuore e stomaco e la batteria riverbera nelle gambe. E c’è grazia, la forza della preghiera (dichiara in una intervista: qualsiasi cosa mi distragga da Dio è proibita), una qualche forma di saudade (può darsi sia roba nostra questa). È stato come quando si fa una sosta di un lungo e faticoso viaggio e si trova la festa. Un prato di erba fresca. Poi abbiamo ripreso la strada.

Quasi tutti i nomadi affermano di essere “proprietari” del percorso della loro migrazione (in arabo Il-Rāh, la Via), ma in pratica rivendicano solo diritti di pascolo stagionale. Perciò tempo e spazio si confondono l’uno nell’altro: un mese ed un tratto di strada sono sinonimi. [Bruce Chatwin – La Via dei Canti]

Dionisio Capuano

È project designer e manager in ambito formativo e culturale. Collabora con la rivista Blow Up e tenta, senza successo, di mettere ordine nelle sue passioni per le varie forme dell'arte. Oggetto di studio in un recente saggio sulla critica musicale, ha pubblicato più di ottanta recensioni su dischi inesistenti ed è coautore di un album di musica elettroacustica.

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