Percepire la bellezza è meglio che capire come arriviamo a farlo. [Il Senso della Bellezza, G. Santayana]
C’è musica che sembra svilupparsi orizzontalmente, collocando l’ascoltatore in un centro ideale e allargandosi attorno lui a trecentosessanta gradi, ampliando via via il raggio che lo distanzia dall’orizzonte mentre in un territorio sempre più vasto appaiono presenze ed oggetti, memorie e vaticini. Si tratta, in verità, di un processo verticale, una catabasi nella memoria (e nella visione). Può apparire oscura, ma non c’è nulla di spaventevole, è la densa mistagogia della propria storia, un’iniziazione al mistero di se stessi.
L’incontro con Mauro Sambo è avvenuto alla fine dei novanta, con una manciata di cd autoprodotti ed in cima alla pila “The Children’s Hour of Dream” (1999). Un suono stratificato, inestricabilmente acustico ed elettronico. Il sax, il clarinetto, l’elaborazione digitale che illumina di luci metalliche con sfumature di piombo e rame. I colori di una Venezia sotto le minacce di un temporale, atteso più che temuto. Era soltanto il capo di un filo, un affioramento estetico, sentiero ad una produzione artistica dove ogni disciplina è infiorescenza mutante, in cui vivono simbioticamente, si alimentano, scultura, disegno, fotografia (affascinanti le elaborazioni su immagini di edifici prima della loro ristrutturazione raccolte in Europa Africa), video e musica, certo.
Nella stratificazione estetica dell’artista veneziano c’è anche il jazz, richiamato nelle sue figure più carismatiche e peculiari, come, ad esempio John Coltrane e Julius Hemphill. Riferimenti espliciti in alcune sue storiche composizioni-installazioni-performance, che esprimono non un aspetto emulativo bensì affinità spirituali, l’attenzione alla contemporanea dimensione interiore e corporea dell’arte. Un flusso energetico che accompagna l’azione creativa dal principio e ne mantiene vitale e polimorfica l’espressività.
La poetica molteplice di Sambo mantiene al fondo sempre una narrativa esistenziale, familiare (la propria, ma anche altrui, come in Un Lungo Viaggio Immobile) fortemente simbolica e una costruttiva curiosità umana, coniugata ad una aperta attitudine collaborativa. Entrambe danno ragione del tenore emotivo delle composizioni, coinvolgenti (avvolgenti…) pur se assai lontane da linguaggi divulgativi. Dei molti progetti, programmatico è 6’27” che lo vede interagire con uno stuolo di musicisti di tutte le parti del mondo invitati ad intervenire su una traccia sonora il cui titolo è semplicemente la sua durata. Un tempo-essenza che si ri-genera, acquista senso, sempre diverso, nella dialettica tra il segmento originario e l’altrui intervento. È però con Ignazio Lago che si costruisce la collaborazione più continua e sinergicamente complementare. Ma di questa altra singolarità della scena italiana qui si accenna soltanto, perché necessitante un proprio passaggio sonoro.
La produzione artistica del gondoliere (Sambo è gondoliere di professione), ha l’intricata ma geometrica articolazione delle calli e dei campielli di Venezia. Contiene la sublimazione geo-emotiva di una città isola(ta) tuttavia in rete con il mondo intero, antenna che intercetta l’altrove, quintessenza di trans-culturalità. Disegna traiettorie e prospettive e si consegna come mappa dell’anima.
La prima volta che scese giù in Umbria fu nel 2004, per l’esordio di Sguardi Sonori, manifestazione – festival – brodo culturale ideato da Carlo Fatigoni e battezzato in una Umbertide alquanto distratta. Venne con Ignazio Lago, perno drammaturgico di “Ferita da Taglio”. Mentre il sax deambulava per il chiostro di San Francesco, dove era disposto pure il pubblico, il performer agiva nel cortile secondo un rito simbolico ed industriale, sotto una vera, ineludibile, scenografica, pioggia battente, relazionandosi con quattro grandi tavoli di ferro e quattro gigantografie della schiena di Sambo, in una atmosfera tra il medievale e l’apocalittico-siderurgico. Fino al fiammeggiante finale di lapilli generati da una sega circolare contro il già ripetutamente violato metallo. Era il primo di giugno. Un evento, nella purezza etimologica del termine. Lo spartiacque (soprattutto per noi) tra un prima ed un dopo. Il dopo, che è adesso (e quel che sarà), si presenta altrettanto ricco e sorprendente. In questi anni si è intensificata l’ interazione con sua figlia, Matilde Sambo, la quale, undicenne nell’allestimento di “Conversation” di cui sopra, è oramai artista nota a livello europeo, con una peculiare identità multimediale. Il loro ultimo disco insieme, “Sentieri Paralleli”, racconta e rilancia passioni condivise e differenze che si relazionano.
Si voltò verso la bambina che lo osservava ansiosa e disse, scandendo le parole: alcuni musicisti esistono, altri no.