19 Luglio 2021

Massive Attack

Dionisio Capuano
Massive Attack

È la notte vuota dell’errore; ma sul fondo di questa prima oscurità uno splendore, un falso splendore sta per nascere: quello delle immagini [Storia della Follia nell’Età Classica – Michel Foucault]

C’è il suono di Manchester. Quello di Sheffield. Forse pure di Liverpool. Non crediamo ci sia quello di Assisi. O di Todi. Di Perugia? Dell’Umbria città-regione? (O forse…) Va bene, saranno tutte fisse post-moderne. L’idea – mania che un luogo, una comunità risuonino di una frequenza o un beat caratterizzante. D’accordo, sono costruzioni giornalistiche, si enfatizzano nicchie artistoidi e minoranze fino a farne sedicenti fenomeni epocali. Sia pure così, sovrastruttura della comunicazione, ma qui si inizia lo stesso dicendo che c’è stato, e forse c’è ancora, un suono di Bristol, il trip-hop.

Il conio si attribuisce, invero, ad Andy Pemberton, giornalista di Mixmag quando recensì In/Flux di DJ Shadow, era il 1994. Nella città del cartoncino già qualcosa s’era mosso. Dalle tinozze dei clubs effluvi di hip hop, soul, elettronica, cadenze multietniche, psichedelia, ritmi rallentati, nottate narcolettiche e visioni altre della città. Tra i piccoli chimici di queste miscele smart c’erano Robert “3D” Del Naja (con origini italiane e sospettato di esser Banksy), Adrian “Tricky” Thaws, Andrew “Mushroom” Vowles e Grant “Daddy G” Marshall, combo instabile ed aperto che identifica l’esordio dei Massive Attack. “Blue Lines” (1991) arriva in una temperie globale con specificità irripetibili. La Guerra del Golfo era finita da poco e quando sentimmo Safe From Harm qualcosa esplodeva, al ralenti, in testa, come una liberazione. Il giro di basso. La voce di Shara Nelson. L’orchestrazione da fine della notte e della prima repubblica.

Un amico ci ripete che dall’epifania di “What’s Goin’ On” niente ha più trapassato il suo cuore con tanta forza. Iperboli (e dimenticanze) sicuramente, certo è che quello scrigno di canzoni, a distanza di trent’anni, fa ancora trepidare ogni volta che lo si apre. Scalda l’inverno e rinfresca l’estate. Crea desiderio e un po’ lo soddisfa. La cover di Be Thankful for What You Have Got di William Edward DeVaughn Jr. attesta ineludibilmente i legami con soul e rhythm ‘n blues e questo piace un sacco, connette ad una rete di intensità nera dove passato-presente-futuro disegnano un territorio di passioni in cui muoversi liberamente.

La discografia dei Massive Attack in “long playing” è francescana. Pochi titoli seguono l’esordio, essenziali: “Protection” (1994), “Mezzanine” (1998), “100th Window” (2003), “Heligoland” (2010), affioramenti di una produzione da esplorare anche per remix, eps, collaborazioni. Peraltro, in questa manciata d’album si dipana un sistema di suoni d’una ampiezza sorprendente. Escono ed entrano musicisti e cantanti soprattutto; la musica dischiude la gamma di emozioni – identikit dell’umanità del terzo millennio; visioni oscure e proiezioni luminose oltre le macerie materiali e immateriali delle metafore urbane. Il secondo album, ad esempio, si apre con un inno alla tenerezza; fluisce dalla voce di Tracy Thorn e cela inquietudini e interrogativi (qualche nuances di Enter the Void di Noé nel video), anticipando le cupezze che Tricky intona più avanti in Karmacoma, con refrain salmodico, luccicante dell’Overlook Hotel.

Il mood bipolare, soavità dolente e visioni ansiogene, si fa ancora più forte alle porte dei duemila. La musica dei Massive Attack si modella perfettamente sui paesaggi dissestati dell’anima, non dà risposte, fa affiorare enigmi, regala segni da interpretare. In Angel e Risingson è potente e distopica, un nuovo blues. Dopo, prima e sempre: Teardrop. Un miracolo che non si crede, essenza di cui non dire, bellezza che implode della sua fragilità.

Attraversiamo la notte. Non soli, ma nella notte siamo. Si possono osservare molte cose. Ci accompagna ora la voce di Sinead O’Connor, mostrandoci esperimenti genetici in Special Cases, e però tentando di rincuorarci Don’t be ashamed no / to open your heart and pray / say what your soul sings to you. I Massive Attack vengono incontro alla nostra ciclotimia con esorcismi incerti del canta che (forse) ti passa e quando la traducono in immagini fanno veri e propri corti, zeppi di citazioni. Tipo: nello stilizzato horror-clip Voodoo in My Blood si potrà ritrovare Possession di Zulawski (e molta fantascienza).

Hanno suonato in Italia una quarantina di volte. La prima, ci pare, nel 1996. Il tour del 2018 ha toccato Perugia, incastonandosi in Umbria Jazz, il 16 di luglio. Arrivavano con un apparato scenografico e visivo di grande impatto, personalizzato per ogni contesto nazionale, nel tentativo di focalizzare il “messaggio politico”. Una scaletta già nota che non prevedeva né Teardrop Karmacoma, con scorno di molti. Ma quelle canzoni sono troppo impregnate dei timbri dei loro interpreti originari, Liz Fraser e Tricky, per poterle concedere ad altri. Serata comunque festosa, groove contagioso ed anche la piccola tempesta che per qualche minuto innaffiò il Santa Giuliana, accrebbe l’entusiasmo quasi panico dei presenti, tanto lampi, tuoni, vento e spruzzi erano in sincrono con musica e light design. I M.A. sono poi di nuovo nello stivale a febbraio 2019 per il Mezzanine XX1 Tour e c’è pure Liz. Noi però no; ce lo siamo visto (location estere) sull’amato-odiato “tubo”, emozioni succedanee, vabbè. Sempre con incompiuta (ma infinita) simpatia.

Svincolatasi abilmente dalla presa dei genitori, la bambina s’inoltrò nel labirinto di gambe, una voce la guidava “I found a reason / dream on”.

Dionisio Capuano

È project designer e manager in ambito formativo e culturale. Collabora con la rivista Blow Up e tenta, senza successo, di mettere ordine nelle sue passioni per le varie forme dell'arte. Oggetto di studio in un recente saggio sulla critica musicale, ha pubblicato più di ottanta recensioni su dischi inesistenti ed è coautore di un album di musica elettroacustica.

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