01 Marzo 2021

Massimo Volume

Dionisio Capuano
Massimo Volume

Per me si va nella città felice, per me si va nell’avventizia allegria.

A volte, tutto sta nel riconoscere il limite. Accettare l’incapacità. Quando si trattò di definire l’approccio al canto, stante la dichiarata inattitudine di Emidio Clementi e l’intenzione di non avere altra voce che la sua, il gruppo prese una strada diversa. La narrazione declamatoria e stentorea, con una cadenza sì musicale, ma che ha poco a vedere con la cantabilità pop.

I Massimo Volume nascono negli anni ’90, un decennio di finti cambiamenti e promesse da marinaio. Al centro del suono ci sta questo marchigiano poeta, che certo non esaurisce la forza espressiva della band, i cui componenti sono musicisti con anima e personalità forte. Ma è lui a definire la messa a fuoco dell’ascolto. Una volta fissato il punto, e basta una canzone, si comincia ad esplorare tutto il resto. I riff di chitarra essenziali e quasi persecutori, il rigore compositivo e la geometria espressiva restano dentro la testa, tutti uniti assieme, lasciando decantare, inaspettatamente, linee melodiche.

C’è un’eresia poetica che scorre nella musica italiana, a latere del cosiddetto cantautorato. Senza criterio vengono in mente: Diaframma, Flavio Giurato, Le Masque, Bachi da Pietra, il primo Vasco Brondi. I Massimo Volume vi appartengono, con propria apodittica identità, innervata di citazioni che oltrepassano l’Atlantico. Tanta America, Bukowski, Carver, Shepard. Una specie di negativo, in senso fotografico e neurale, de “i nostri miti morti ormai, la scoperta di Hemingway”. Dentro “Lungo i Bordi” (1995), il secondo album, s’inciampò in una canzone, Inverno ’85, – per la cronaca, uno dei più freddi che si ricordino -, e soprattutto in un verso che cita Jim Carroll, “essere lui nell’attimo in cui canta / mi sento come il soffitto di una chiesa bombardata”. Una metafora può sbocciare in molteplici eventi, essere risucchiata in contingenze, rimodellandosi su altre macerie e squarci.

Iniziava la primavera, il 21 marzo 2019. Il tour “Dal Vivo, nei Teatri” faceva tappa all’Auditorium di San Domenico, luogo di altri stracci di memoria (Teatro Krypton, Philip Glass, Giorgio Barberio Corsetti, Balanescu Quartet, Baby Dee). Si avrebbe voluto essere più vicini al palco, non obbligati alla poltroncina, vivere in modo più primitivo frequenze che si sono sempre gustate anche per l’impatto epidermico, la metallica carnalità, il sapore elettrico come quello delle pile con le linguette. Andò bene comunque, su. Suonarono tutto l’ultimo album, “Il Nuotatore” e Una Voce ad Orlando ci emozionò, come ancora adesso.

Lasciate ogni speranza, che si fugge tuttavia.

Dionisio Capuano

È project designer e manager in ambito formativo e culturale. Collabora con la rivista Blow Up e tenta, senza successo, di mettere ordine nelle sue passioni per le varie forme dell'arte. Oggetto di studio in un recente saggio sulla critica musicale, ha pubblicato più di ottanta recensioni su dischi inesistenti ed è coautore di un album di musica elettroacustica.

Seguici

www.assisimia.it si avvale dell'utilizzo di alcuni cookie per offrirti un'esperienza di navigazione migliore se vuoi saperne di più clicca qui [cliccando fuori da questo banner acconsenti all'uso dei cookie]