14 Giugno 2021

Mark Stewart

Dionisio Capuano
Mark Stewart

Da qualche parte c’è un posto per noi [Stranger than love, Mark Stewart]

Il punk esplodeva, conformandosi in specchietto per le allodole. C’era poi un adolescente di Bristol più interessato alla musica black, alla club culture mutante, nella consapevolezza che la gentrificazione, non solo urbanistica ma anche sociale, stava spingendo le minoranze nelle discoteche, saltando a piè pari il fossato del commerciale / alternativo. Ora l’adolescente è incanutito, ma la musica no. I desideri non invecchiano, quasi mai, con l’età.

Tra un passaggio sonoro ed un paesaggio sonoro può esserci grande (in)differenza. Una striatura avventizia su socio-ecosistemi sostanzialmente fedeli a leggi biopolitiche, consolidate nel tempo, che definiscono i caratteri dominanti di morfologie umane e che disegnano differenze, definiscono minoranze, generando opposizioni e resistenze. Aprire una breccia e far fluire energie. L’esperienza The Pop Group fu di bruciante rapidità, una fiammata in due album “Y” (1979) e “For How Much Longer Do We Tollerate Mass Murder” (1980). Poi un ritorno nel 2015, con “Citizen Zombie”, ma è un’altra storia (che non dispiace), fatta di devianze disco e dance isterica.

Le due primizie sono state davvero una catastrofe. Epifenomeni di processi rilevanti in termini sociali ed antropologici. In “Passaggi Sonori” si procede (per ora) scriteriatamente. Affioramenti della memoria, salti temporali, mescolanze di generi, musiche che si allineano ad un immaginario umbro (esiste?) più routinario accanto ad episodi che sembrano incidenti, eventi e suoni-musicisti fuori contesto e fuori luogo. Forse tentativi di spezzare abitudini e restituire la possibilità delle diversità. I suoni come semplici indizi.

Qui, all’inizio degli ottanta, tra le verdi colline, rimbalzavano musiche ed immagini. Attraverso alcune radio (Radio Perugia 1), manifestazioni (Rockin’ Umbria), topoi stargate (Suburbia, poi fu il Norman) che connettevano il sistema culturale umbro con l’Europa ed il mondo. Il territorio rispondeva pure, per quanto poteva, con mutazioni creative e creativi mutanti. Si raggrumavano le zone di resistenza che, in qualche modo, trasformandosi, hanno resistito. Altri varchi si aprivano. Cos’era The Pop Group e la sua voce, stridente ed aspra, Mark Stewart? Un melange inenarrabile di funk, punk (perché no?), free jazz e accenni di elettronica, che dilaniava la forma canzone e trasformava il messaggio di rivolta politica ed antagonista in un grido primordiale e viceversa. Mentre agognava ad una dolcezza senza difese.

Non avevamo ancora assimilato la sostanza, che già la band era evoluta per scissione. I Rip, Rip & Panic, in cui militò una giovanissima Neneh Cherry, i Pig Bag e la carriera solistica di Stewart che accelerava un dub elettronico visionario, tra Matrix e la filosofia cyberpunk, anticipando in vibrazioni il comunismo acido. “As the Veneer of Democracy Starts to Fade” (1985), “Learning to Cope with Cowardice”, “Mark Stewart” (1986), “Metatron” (1990), “Control Data” (1995), “Edit” (2008), “The Politics of Envy” (2012), “Exorcism of Envy”(2012).

Venne a Perugia per Rockin’ Umbra nel 1996, con un anti-culto consolidato, cinque album importanti in curriculum (i primi due fondamentali) e altro pulviscolo. L’impressione che avemmo fu di essere nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Non si fraintenda, gran bel concerto. Il posto sbagliato ed il momento sbagliato non erano il PalaEvangelisti (forse un po’ troppo grande, sì) era proprio il mondo. Electro dub, con accenni techno in uno spazio-tempo che sembrava riserva, ghetto lussuoso, banlieue tranquilla. Le cose non potevano essere diverse da quelle che erano e se lo fossero state sarebbe stata menzogna. Mark Stewart lo ricordiamo in tenuta impiegatizia. Giacca, camicia bianca e cravatta. Ballammo Forbidden Love? Forse Hysteria? Il ragamuffin di The Paranoia of Power? Chi si ricorda la setlist ci aiuti.

Eravamo nel mezzo dei novanta, prove di turbocapitalismo e ottuse globalizzazioni. Pure Mark Stewart finì nei flussi carsici delle bulimie musicali ma è rimasto sempre come nota di fondo ineliminabile, riemerge ogni tanto con più forza e qualche nota di colore, tipo Asia Argento che cura la regia di Mad Truth e fa comunque parte del nostro terzo millennio, “fantasma del passato, del presente e del futuro”.

Papà, ma i musicisti esistono davvero?

Dionisio Capuano

È project designer e manager in ambito formativo e culturale. Collabora con la rivista Blow Up e tenta, senza successo, di mettere ordine nelle sue passioni per le varie forme dell'arte. Oggetto di studio in un recente saggio sulla critica musicale, ha pubblicato più di ottanta recensioni su dischi inesistenti ed è coautore di un album di musica elettroacustica.

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