Così Eugenio Borgna, il grande psichiatra, su Antonia Pozzi: “Le alte maree della malinconia e della stanchezza di vivere sono testimoniate dai suoi diari e dalle sue lettere, e dalle sue poesie, che leggiamo stregati dalla loro innocenza e dalla loro tenerezza, dalla loro magica fascinazione e dalla loro grazia inquieta, e nelle quali intravediamo la sua corsa disperata alla ricerca di un amore assoluto, che nasceva e moriva nella inconsapevolezza delle persone amate. Le sue poesie, trasfigurate (tutte) da una radiosa e ferita climax lirica, sono in fondo il diario di un’anima, lacerata da una sognante malinconia, intessuta di tenerezza, e di stupore del cuore, di dolcezza e di struggente schubertiana nostalgia, immersa in un linguaggio morbido e acquatico, che si sfalda in immagini assorte e liquide. Sono poesie che sono espressione di un destino di dolore dell’anima e di solitudine, e che si rileggono nel corso di una vita, senza che nulla perdano della loro dolorosa fascinazione”
Largo
O lasciate che io sia
una cosa di nessuno
per queste vecchie strade
in cui la sera affonda.
O lasciate lasciate
ch’io mi perda
ombra nell’ombra
gli occhi
due coppe alzate
verso l’ultima luce
E non chiedetemi
non chiedetemi
quello che voglio
e quello che sono
se per me
nella folla è il vuoto
e nel vuoto
l’arcana folla
dei miei fantasmi
e non cercate
non cercate
quello ch’io cerco
se l’estremo pallore
del cielo
m’illumina la porta
di una chiesa
e mi sospinge a entrare
Non domandatemi
se prego
e chi prego
e perché prego
Io entro soltanto
per avere
un po’ di tregua
e una panca
e il silenzio
in cui parlino
le cose sorelle
Poi ch’io
sono una cosa
una cosa di nessuno
che va per
le vecchie vie
del suo mondo
gli occhi
due coppe alzate
verso l’ultima luce.
Prati
Forse non è
nemmeno vero
quel che a volte
ti senti urlare in cuore:
che questa vita è,
dentro il tuo essere,
un nulla
e che ciò
che chiamavi la luce
è un’abbaglio,
l’abbaglio estremo
dei tuoi occhi malati
e che ciò che fingevi
la meta
è un sogno,
il sogno infame
della tua debolezza.
Forse la vita
è davvero
quale la scopri
nei giorni giovani:
un soffio eterno
che cerca
di cielo in cielo
chissà che altezza.
Ma noi siamo
come l’erba dei prati
che sente sopra sé
passare il vento
e tutta canta nel vento
e sempre vive nel vento,
eppure non sa
così crescere
da fermare
quel volo supremo
né balzare su
dalla terra
per annegarsi in lui.
Lieve offerta
Vorrei che la mia anima
ti fosse leggera
come le estreme foglie
dei pioppi,
che si accendono di sole
in cima ai tronchi
fasciati di nebbia.
Vorrei condurti
con le mie parole
per un deserto viale,
segnato d’esili ombre,
fino a una valle
d’erboso silenzio,
al lago
ove tinnisce
per un fiato d’erba
il canneto
e le libellule
si trastullano
con l’acqua
non profonda.
Vorrei che la mia anima
ti fosse leggera,
che la mia poesia
ti fosse un ponte,
sottile e saldo,
bianco
sulle oscure voragini
della terra.
Non so
Io penso che
il tuo modo di sorridere
è più dolce del sole
su questo vaso di fiori
già un poco appassiti
penso che forse
è buono
che cadano da me
tutti gli alberi
ch’io sia un piazzale
bianco deserto
alla tua voce,
che forse
disegna i viali
per il nuovo
giardino.
La rampa
Vidi un’altissima luna
per dune di nebbia
versarsi in limpidi
laghi d’aria.
E il tuo sorriso
mi cadeva in volto,
dall’alto,
da fresche fontane
dentro urne di pietra
grondanti:
mentre ai ginocchi
ci serrava
l’alito giovane
dei sambuchi
e profondavano nell’ombra
lunghe scale
di terra.