31 Agosto 2025

L’ora che non ha più sorelle.

Claudio Volpi
L’ora che non ha più sorelle.
Costume grigionese - 1888, olio su tela - Giovanni Segantini

Così Eugenio Borgna, il grande psichiatra, su Antonia Pozzi: “Le alte maree della malinconia e della stanchezza di vivere sono testimoniate dai suoi diari e dalle sue lettere, e dalle sue poesie, che leggiamo stregati dalla loro innocenza e dalla loro tenerezza, dalla loro magica fascinazione e dalla loro grazia inquieta, e nelle quali intravediamo la sua corsa disperata alla ricerca di un amore assoluto, che nasceva e moriva nella inconsapevolezza delle persone amate. Le sue poesie, trasfigurate (tutte) da una radiosa e ferita climax lirica, sono in fondo il diario di un’anima, lacerata da una sognante malinconia, intessuta di tenerezza, e di stupore del cuore, di dolcezza e di struggente schubertiana nostalgia, immersa in un linguaggio morbido e acquatico, che si sfalda in immagini assorte e liquide. Sono poesie che sono espressione di un destino di dolore dell’anima e di solitudine, e che si rileggono nel corso di una vita, senza che nulla perdano della loro dolorosa fascinazione”

Largo

O lasciate che io sia

una cosa di nessuno

per queste vecchie strade

in cui la sera affonda.

 

O lasciate lasciate

ch’io mi perda

ombra nell’ombra

gli occhi

due coppe alzate

verso l’ultima luce

 

E non chiedetemi

non chiedetemi

quello che voglio

e quello che sono

se per me

nella folla è il vuoto

e nel vuoto

l’arcana folla

dei miei fantasmi

e non cercate

non cercate

quello ch’io cerco

se l’estremo pallore

del cielo

m’illumina la porta

di una chiesa

e mi sospinge a entrare

 

Non domandatemi

se prego

e chi prego

e perché prego

 

Io entro soltanto

per avere

un po’ di tregua

e una panca

e il silenzio

in cui parlino

le cose sorelle

Poi ch’io

sono una cosa

una cosa di nessuno

che va per

le vecchie vie

del suo mondo

gli occhi

due coppe alzate

verso l’ultima luce.

 

Prati

Forse  non è

nemmeno vero

quel che a volte

ti senti urlare in cuore:

che questa vita è,

dentro il tuo essere,

un nulla

e che ciò

che chiamavi la luce

è un’abbaglio,

l’abbaglio estremo

dei tuoi occhi malati

e che ciò che fingevi

la meta

è un sogno,

il sogno infame

della tua debolezza.

 

Forse la vita

è davvero

quale la scopri

nei giorni giovani:

un soffio eterno

che cerca

di cielo in cielo

chissà che altezza.

 

Ma noi siamo

come l’erba dei prati

che sente sopra sé

passare il vento

e tutta canta nel vento

e sempre vive nel vento,

eppure non sa

così crescere

da fermare

quel volo supremo

né balzare su

dalla terra

per annegarsi in lui.

 

Lieve offerta

Vorrei che la mia anima

ti fosse leggera

come le estreme foglie

dei pioppi,

che si accendono di sole

in cima ai tronchi

fasciati di nebbia.

 

Vorrei condurti

con le mie parole

per un deserto viale,

segnato d’esili ombre,

fino a una valle

d’erboso silenzio,

al lago

ove tinnisce

per un fiato d’erba

il canneto

e le libellule

si trastullano

con l’acqua

non profonda.

 

Vorrei che la mia anima

ti fosse leggera,

che la mia poesia

ti fosse un ponte,

sottile e saldo,

bianco

sulle oscure voragini

della terra.

 

Non so

Io penso che

il tuo modo di sorridere

è più dolce del sole

su questo vaso di fiori

già un poco appassiti

 

penso che forse

è buono

che cadano da me

tutti gli alberi

 

ch’io sia un piazzale

bianco deserto

alla tua voce,

che forse

disegna i viali

per il nuovo

giardino.

 

La rampa

Vidi un’altissima luna

per dune di nebbia

versarsi in limpidi

laghi d’aria.

 

E il tuo sorriso

mi cadeva in volto,

dall’alto,

da fresche fontane

dentro urne di pietra

grondanti:

 

mentre ai ginocchi

ci serrava

l’alito giovane

dei sambuchi

e profondavano nell’ombra

lunghe scale

di terra.

 

 

 

 

Claudio Volpi

Nato ad Assisi, dove vive e lavora. Laureato in Lettere Moderne, si occupa di Arte e Antiquariato, ha una Galleria D’Arte nel centro storico della città. Dagli anni ottanta ha pubblicato diverse raccolte di poesie, l’ultima quest’anno con il volume “Voci Versate”, Casa Editrice Pagine Roma.

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