La vita è sempre creazione, imprevedibilità e, nello stesso tempo, conservazione integrale e automatica dell’intero passato [Henri Louis Bergson]
Alle volte i nomi sono significativi. Alla metà degli anni settanta si avvertivano dei brividi. Istanze proiettive, desideri di frattura e sganciamento, ciò che altrove viene chiamata discontinuità. Nello stesso tempo c’era, da qualche parte, la consapevolezza della storia, di essere in un flusso continuo dove le cesure sono ponti.
I nomi dunque e la tensione passato – futuro, che è la trama portante del presente. Esemplare è Futuro Antico. Al suo attivo un paio di album “Dai primitivi all’elettronica” (1980), “Intonazioni Archetipiche” (2005) i cui titoli indicano percorsi e scenari, ma non a ritroso. Ad ascoltare la musica oltre l’afflato meta-storico si colgono proiezioni globali, la multi-etnia come valore, nostalgia futuribile di radici comuni.
In quello organico militano Walter Maioli, Riccardo Sinigaglia e Gabin Dabiré, musicista del Burkina Faso. Maioli proviene da un altro gruppo storico dell’avanguardia (si consenta il termine liso e scivoloso) italiana, gli Aktuala ed il nome in esperanto, con quella sua fonetica meticcia e tribal-popolare, rafforza l’impressione di stare dentro un laboratorio di visioni sonore (ma anche politiche) che tentano fusioni mentre (perché) il mondo comincia a perdere i pezzi. Quando usciva “Aktuala” (1973) veniva pubblicato pure “Arbeit Macht Frei” degli Area. Quest’ultimo si apre con Luglio, Agosto, Settembre (nero) l’altro con When the Light Began.
Nella primissima formazione degli Aktuala, nel primo album, Lino Capra Vaccina suona un ampio set di percussioni. Dagli anni settanta ai giorni nostri lo ritroviamo a tessere trame musicali la cui laterale apparenza rispetto al mainstream cela essenzialità genetiche, dna che conformano pure epifenomeni pop. I nomi continuano ad avere una sapidità particolare. “Telaio Magnetico”, ad esempio, che è un supergruppo. Ci suonano Juri Camisasca, Terra Di Benedetto, Franco Battiato, Mino Di Martino (bassista de I Giganti), Roberto Mazza, Vincenzo Zitello. Non entreranno mai in studio e l’unico reperto discografico è la registrazione di un concerto del 1975.
LCV è un filo sottile ma resistentissimo di queste tessiture creative. La poetica del musicista di Barletta raffina stimoli e suggestioni, generi e strategie sonore: il minimalismo, il raga indiano, gradienti di elettronica, approcci arcaici ed inediti alle ritmiche e all’armonia. Il distillato che ne esce ha retrogusti che rimandano alla meta-storia ed a paesaggi edenici. Una decina d’album tra il 1978 ed i giorni nostri, una carriera dall’alto profilo, contrassegnata, per chi necessita di conferme accademiche, dal periodo 79-85 in cui ha suonato come percussionista nell’orchestra del Teatro alla Scala.
Il terzo millennio, quello della fine della storia, della società liquida e della stasi fluttuante, è particolarmente propizio. Le sue qualità di artista resistono (il verbo non è corretto) al passare delle mode. Suona musica (del) presente. Lo confermano alcune recenti collaborazioni: insieme a Keith Tippett, Julie Tippetts e Paolo Tofani, un concerto documentato nel bel disco “A Mid Autumn Night’s Dream”. Con John Greaves, dove si esplorano le declinazioni più aperte e liberatorie della forma canzone.
Era il novembre del 2019, era pre-Covid, quando Lino Capra Vaccina si esibì in solo allo Spazio Zut di Foligno. La dimensione ideale per cogliere gli aspetti di profondità ed estensione di un suono che dialoga con il tempo e ne trasforma il significato. Un concerto è comunque un segmento di vita in cui si produce o si consuma valore. La particolarità di quella serata – lo si dice per metafora – è di aver avuto la possibilità di fermare il mondo, ma non per scendere, per salirci. Un arcaico armonico, per citare un lavoro del 2015, che non vagheggia il passato ma prova a restituire un arkhḗ, un principio. E in questi tempi di cosiddetta ripartenza ,,,
Siamo troppo in ritardo per gli dei, troppo in anticipo per comprendere l’Essere [Martin Heidegger]