24 Gennaio 2022

Liberation Music Orchestra

Dionisio Capuano
Liberation Music Orchestra

Devi vedere la tua irrilevanza prima di accorgerti della tua importanza e del tuo significato per il mondo [Charlie Haden]

Una trama di eventi sonori che si fa sempre più fitta. Fili intessuti dalla memoria che diventano un manto di sensazioni e, ancora di più, possono ricostruire il paesaggio sonoro d’una esistenza. In questa rete si entra in relazione con migliaia di persone. Con la maggior parte per solo qualche ora, con altre sono storie di vita, amore, amicizia. La musica corrobora tutto ciò. Non è solo colonna sonora, ma sostanza sonante di tanti vissuti.  Nel ripercorrere le mappe sonore degli intrecci tra musicisti si è ritrovato il nodo che legò per un poco Bill Frisell, Ginger Baker dei Cream e – cosa che qui interessa – Charlie Haden. Il trio ha fatto giusto un paio di album, “Going Back Home” (1994) e “Falling Off The Roof” (1995). Sono risacche di jazz, rock e blues dice l’amico militante, che poi cede e si commuove senza farsi accorgere (lui crede…) 

La musica militante dunque, quella che smuove i cuori e accompagna l’azione. Nel ‘69 l’album più venduto in Italia risulta essere “Fabrizio De Andre’ vol. III”. In classifica, al quinto posto, “White Album” dei Beatles, dietro Mal dei Primitives, ma davanti a Mina. Nell’aprile di quell’anno veniva registrato anche “Liberation Music Orchestra”, titolo d’un disco, nome d’un collettivo, indivisibile sostanza di suono e sangue. Charlie Haden e Carla Bley sono i principali artefici del progetto, ma a loro volta sono antenne dell’aria che si respira intorno in  quegli anni. I fumi della guerra, le speranze della summer of love, il vivere la musica come voce, anzi megafono, dell’oppresso.

https://www.youtube.com/watch?v=1ykDJmEB_vE

Ogni musicista di quel progetto ha una grande o grandissima storia, prima e dopo quella primavera. Qui si tratteggia appena quella di Haden per il suo ruolo di anti-leader della LMO (facendo un torto da pena capitale alla pianista). È destinato alla musica, nasce in una famiglia che cantava alla radio canzoni folk e country e viene coinvolto negli shows fin dalla più tenera età. Poi la scoperta del jazz con Charlie Parker e Stan Kenton e, tra malattia e sacro fuoco creativo, l’incontro con il contrabbasso di cui diviene uno dei grandi esecutori. Haden attraversa la storia del jazz. Esordisce con Paul Bley ed il sodalizio sarà lungo e fruttuoso, lavora intensamente con Ornette Coleman, a partire dal seminale “The Shape of Jazz to Come” (1959). Suona con Archie Shepp, Roswell Rudd, Keith Jarrett. È insieme a Don Cherry e Joshua Redman negli “Old and New Dreams”.

E c’è, appunto, la Liberation Music Orchestra, con la quale marchia il jazz. Che si incarna d’umanità sbattuta dalle guerre. Quella di Spagna ed il Vietnam. Poesia ed impegno, lo struggimento per un mondo migliore. Idee che a parlarne si sbriciolano in bocca tanto sono consunte dalle retorica. Ma in musica no, la musica ridà loro l’imbattibile umana fragilità. E mai così un contrabbasso è riuscito a farsi sentire dentro lo stomaco.

Il primo disco “Liberation Music Orchestra” (1969) è un monumento tale da rischiare di mettere in ombra i lavori successivi, ma la discografia dell’ensemble è comunque tutta un flusso di calore e passione, prodiga di emozioni. Fino alla sublime redditio di “Time/Life” (2016). Aperta e chiusa da due brani che vedono ancora presente Haden, registrati nel 2014 poco prima della sua morte, e poi farina del sacco di Carla Bley. Il nuovo materiale, inciso appena il giorno dopo la cerimonia funebre, vibra della commozione di quei momenti, con apertura lirica che fa alzare gli occhi al cielo.

Luglio 2004. Soltanto sapere sul palco di Umbria Jazz Charlie Haden e Carla Bley provocava fibrillazioni. Si ascoltò quasi tutto ad occhi chiusi. Di li a pochi giorni l’ensemble si sarebbe fermato a Roma per incidere, tra il 19 ed il 22, “Not in Our Name”, ancora musica-politica. In quella serata perugina facile sprofondare in se stessi, nell’inconscio collettivo, attendendo folate di jazz-movimentista e bello farsi comunque sorprendere da melodie bolivariane che giungevano nuove eppure come qualcosa tenuto da sempre nel cuore. Il concerto, prima dei bis, finisce con una delle pagine più struggenti di tutta la storia della musica, l’Adagio di Samuel Barber. Quindi viene concessa una misura di swing per tergere qualche altra lacrima.

 La libertà artistica nel jazz è politica (Jimmy Katz)

Dionisio Capuano

È project designer e manager in ambito formativo e culturale. Collabora con la rivista Blow Up e tenta, senza successo, di mettere ordine nelle sue passioni per le varie forme dell'arte. Oggetto di studio in un recente saggio sulla critica musicale, ha pubblicato più di ottanta recensioni su dischi inesistenti ed è coautore di un album di musica elettroacustica.

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