11 Ottobre 2021

Legendary Pink Dots

Dionisio Capuano
Legendary Pink Dots

A mille ce n’è / nel mio cuore di fiabe da narrar / Venite con me /nel mio mondo fatato per sognar… [Quartetto Radar]

Il  dark non è un genere musicale, né un’attitudine di vita. È forse uno stato psicologico, rimpiattino con i nostri fantasmi, con la parte oscura di noi stessi. Una controversa patologia estetica che ha avuto varie declinazioni e che nel corso della storia della creatività è stata elevata a vertiginose altezze, generando capolavori che travalicano i ristretti confini della categoria. Il dark è uno sguardo, che riceviamo e che diamo. Può acquisire anche valenze politiche ed essere un luogo di ambiguità e indulgenti morbosità. Per assurdo, ossia per davvero, può presentarsi anche come un passaggio fondamentale, il tempo favorevole di una iniziazione. È sicuramente un territorio vasto dai confini incerti, dove è facile sbagliarsi e che contiene la notte oscura di San Giovanni della Croce, il cuore di tenebra di Conrad, il nemico di Baudelaire e tantissimo ciarpame. E, certo che sì, è anche tutto un mondo di suoni, dove magari ci smuove meno un classico come Una Notte sul Monte Calvo e più una composizione semi-sconosciuta qual è The Banshee di Henry Cowell.

Avvicinandosi quella strana cosa che è Halloween, che per noi significa solo i film di Carpenter, Rick Rosental (nell’anno del Signore della Morte i LPD pubblicavano Kleine Krieg – 1981) e di Rob Zombie (l’anno prima di The Beginning era uscito Alchemical Playschool – 2006), per reazione, ci sono tornati in mente (sempre presenti, realtà) i Legendary Pink Dots, che sono dark di sbieco, contenendo la loro musica tanti altri colori ed umori, e però senza meno, affascinano e disturbano, per il loro abile miscelare favola, psichedelia e Syd Barrett, forma canzone, elettronica, filastrocche apocalittiche, folk, oscure fumigazioni sperimentali e synth-pop, visionarietà cosmiche, notti di maghi e streghe e pure stranezze a là The Kingdom.

La band anglo-olandese, muove i primi passi all’inizio degli anni ’80 e vive fino ai giorni nostri in formazione fluida, seppure possono individuarsi come figure portanti Edward Ka-Spel, Phil Knight, Erik Drost, Raymond Steeg. Il primo è, secondo tradizione, il fondatore del gruppo e rimane tutt’oggi la figura di riferimento. Vi ha militato anche Patrick Q. Wright, il cui violino ne ha fortemente caratterizzato le atmosfere e che da qualche tempo vive nell’Alta Valle del Tevere.

La produzione discografica è abbondante e determina qualche disorientamento. Alla fine si potrebbe scegliere un titolo a caso, ad esempio, “Four Days” (1990), là attraversare lo specchio e poi trovare il modo per proseguire. Tirare a sorte sugli albums, risalire (formato compositivo mediamente più compatto) o discendere la discografia (brani più estesi ed aperti), cercare in rete qualche indicazione sui titoli più importanti e ne troverete di certo, con diverse opinioni. Da queste parti l’incontro decisivo fu con “The Tower” (1984), che al tempo ben s’incastrava con un desiderio di orecchiabilità strana, suono new wave ombroso e pure danzabilità alternativa.

Fu qualche anno dopo che li vedemmo al beneamato Norman (ora siamo troppo pigri ora per andare a scorrere il documentario The Story of Norman di Nicola Bedont e dirvi esattamente l’anno se non pure il mese e forse anche il giorno). Un set con elementi di teatralità, attraversato da un filo di ironia e punteggiato di ritualità pagane, giocosamente provocatorie, come quella dell’offrire un bambolotto dalle fattezze alquanto banali alla venerazione degli astanti in prima fila, tra i quali c’eravamo pure noi. Ma a noi, che già a quel tempo eravamo persone serie, interessava la musica. Che, al di là della scena, fu ricca di sfumature ed umori, acida e pure suadente (tanto che qualcuno vide scivolare l’ombra di Syd sul palco). E che ci ha ripagato dell’attenzione negli anni. Perché i LPD, senza perdere di forza sono diventati più profondi ed umani. We bring the day, so cease your lonely mourning. I luoghi oscuri sono così finché non li si illuminano, ma tranquilli, ne rimane sempre uno da investigare.

L’uomo e la donna si riunirono alla carovana, con il cuore pacificato.

Dionisio Capuano

È project designer e manager in ambito formativo e culturale. Collabora con la rivista Blow Up e tenta, senza successo, di mettere ordine nelle sue passioni per le varie forme dell'arte. Oggetto di studio in un recente saggio sulla critica musicale, ha pubblicato più di ottanta recensioni su dischi inesistenti ed è coautore di un album di musica elettroacustica.

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