Torquato Tasso è il poeta di una età di crisi e transizione. Nel 1579, a Ferrara, mentre si celebravano le terze nozze del duca Alfonso con Margherita Gonzaga, non trovando l’accoglienza calorosa che si aspettava, diede in escandescenze, tanto che il duca lo fece rinchiudere come pazzo furioso nell’ospedale di Sant’Anna, dove rimase ben sette anni, sino al 1586. La follia non è qualcosa di estraneo alla vita, in alcuni fra noi essa si manifesta con grande intensità, è una possibilità umana, che è in ciascuno di noi, con le sue ombre più o meno dolorose, e con le sue penombre, con le sue inquietudini del cuore. Non c’è follia che non si accompagni a fragilità e a vulnerabilità, a sensibilità e a dolore dell’anima, a nostalgia di vicinanza e di amore, e queste esperienze sono talora la premessa alla genesi di forme scintillanti di creatività, come nel caso del nostro poeta. La vita risuona di armonia e di morbida follia. Nell’ospedale di Sant’Anna subì gravi sofferenze fisiche e psichiche. Era turbato da incubi continui e da allucinazioni, era convinto che un folletto gli mettesse in disordine le carte e che un mago lo perseguitasse con maligni incantesimi. Il suo stato d’animo oscillava tra la mania di persecuzione, che gli faceva credere di essere vittima di una intollerabile ingiustizia, e tendenze autopunitive. Nonostante queste nebbie e fantasmi, in questo periodo di reclusione scrisse delle bellissime liriche d’amore, di intensa sensualità, con immagini pittoriche ricche di colore e in un voluttuoso abbandono musicale. Spesso si evocano sentimenti delicati e impalpabili, atmosfere indefinite, stati d’animo perplessi e fuggevoli, paesaggi fantasticamente trasfigurati, notturni lunari, albe luminose, una natura fresca e ricca di profumi. Ferrara è una città magnifica, una delle nostre città del cuore, che frequentiamo da molti anni, e non sapendo bene perché , fin dalla prima volta siamo stati attirati da un ristorante che poi abbiamo scoperto essere all’interno dei locali dell’ ospedale di Sant’Anna; stanze molto alte, restaurate, intrecciate, con un fascino misterioso inspiegabile, un chiostro senza tempo, finchè non abbiamo realizzato che proprio lì aveva vissuto, sofferto e scritto per molti anni il grande Torquato, in qualche modo avvertivamo girare nell’aria i suoi tormenti e i suoi splendidi versi; per cui vi torneremo presto in pellegrinaggio, in modo da poter catturare e sentire ancora qualcosa del suo animo immortale, anche questo è poesia…
Vere fur queste gioie e questi ardori
Vere fur queste gioie e questi ardori
ond’io piansi e cantai con vario carme,
che poteva agguagliar il suon de l’arme
e de gli eroi le glorie e i casti amori;
e se non fu de’ più ostinati cori
ne’ vani affetti il mio, di ciò lagnarme
già non devrei, che più laudato parme
il ripentirsi, ove onestà s’onori.
Or con l’esempio mio gli accorti amanti,
leggendo i miei diletti e ‘l van desire,
ritolgano ad Amor de l’alme il freno.
Pur ch’altri asciughi tosto i caldi pianti
ed a ragion talvolta il cor s’adire,
dolce è portar voglia amorosa in seno
(ora mostra quanta dolcezza sia nelle pene d’amore)
Se d’Amore queste son reti e legami
Se d’Amor queste son reti e legami,
oh com’è dolce l’amoroso impaccio!
Se questo è l’cibo ov’io son preso al laccio,
come son dolci l’esche e dolci gli ami!
Quanta dolcezza a gl’inveschiati rami
Il vischio aggiunge ed a l’ardore il ghiaccio!
Quanto è dolce il soffrir s’io penso e taccio,
e dolce il lamentar ch’altri non ami!
Quanto soavi ancor le piaghe interne;
e lacrime stillar per gli occhi rei,
e d’un colpo mortal querele eterne!
Se questa è vita, io mille al cor torrei
Ferite e mille, e tante gioie averne;
se morte, sacro a morte i giorni miei.
Fummo un tempo felici
Fummo un tempo felici,
io amante ed amato,
voi amata ed amante in dolce stato.
Poi d’amante nemica
voi diveniste, ed io
volsi in disdegno il giovenil desio.
Sdegno vuol ch’io ve lo dica,
sdegno che nel mio petto
tien viva l’onta del mio don negletto;
e le fronde ne svelle
del vostro lauro, or secche e già si belle.
Amor, ch’aspro tormento
Amor, ch’aspro tormento
sei fra’ mortali in terra,
e mal sicura tregua e certa guerra,
e terribil procella e fiero vento,
che turbi i nostri ingegni,
e’n guisa d’onde movi alti disdegni;
sei fra gli angeli in ciel senza difetto
contentezza e diletto,
e tranquilla quiete e stabil pace,
e gioia eterna con piacer verace.
Qual rugiada o qual pianto
Qual rugiada o qual pianto,
quai lacrime eran quelle
che sparger vidi dal notturno manto
e dal candido volto de le stelle?
E perché seminò la bianca luna
di cristalline stelle un puro nembo
a l’erba fresca in grembo?
Perché ne l’aria bruna
s’udian, quasi dolendo, intorno intorno
gir l’aure insino al giorno?
Fur segni forse de la tua partita,
vita de la mia vita?
Amore alma è del mondo, Amore è mente
Amore alma è del mondo, Amore è mente
e ‘n ciel per corso obliquo il sole ci gira,
e d’altri erranti a la celeste lira
fa le danze lassù veloci o lente.
L’aria, l’acqua, la terra, e ‘l foco ardente
regge, misto al gran corpo, e nutre e spira;
e quinci l’uom desia, teme e s’adira,
e speranza e diletto e doglia sente.
Ma, ben che tutto crei, tutto governi
e per tutto risplenda e ‘l tutto allumi,
più spiega in noi di sua possanza Amore;
e come sian dè cerchi in ciel superni,
posta ha la reggia sua né dolci lumi
dè bei vostri occhi e ‘l tempio in questo core.
Baciami dolcemente…
Baciami dolcemente…
Ahi! Che la debil vita
recidi e n’hai gran parte a me rapita.
Crudel, perché mi struggi?
Rendi a la parte ancisa
l’alma scevra e divisa,
o l’avanzo di lei m’invola e suggi.
Baci, susurri e vezzi
Baci, sussurri e vezzi,
sospir tronchi e parole
raddoppia a cento a cento, o bella Iole,
raddoppia a mille a mille:
sian più de le faville,
più dè lumi che gira
il ciel quand’ei d’Amore i furti mira.
Un’ape esser vorrei
Un’ape esser vorrei,
donna bella e crudele,
che susurrando in voi suggesse il mele;
e, non potendo il cor, potesse almeno
pungervi il bianco seno,
e ‘n sì dolce ferita
vendicata lasciar la propria vita.