Il sentimento della gioia è il sentimento propriamente etico [Gilles Deleuze]
L’Umbria vive un’estate nuovamente striata di attraversamenti sonanti, un reticolo di musiche eterogenee, manifestazioni di biodiversità creativa. Se non muta le geografie fisiche, può produrre cambiamenti nei paesaggi dell’anima, seminando emozioni che, chissà, un dì fioriranno.
Kill the Vultures, gruppo hip hop di Minneapolis, si forma nel 2005 ed ha la produzione discografica ferma al 2015, scarna ma succosa: “Kill the Vultures” (2005), “The Careless Flame” (2006), “Ecce Beast” (2009) e “Carnelian” (2015). Nato come quartetto formato da Crescent Moon (Alexei Casselle, rapper), Anatomy (Stephen Lewis, produttore e dj), Advizer (Adam Waytz, rapper), Nomi (Mario Demira, rapper), al secondo album si trasforma in un duo (Crescent Moon e Anatomy). Via via raccoglie consensi a livello internazionale, nei circuiti alternativi (per non dire carbonari), con un suono muscolare e ricco di invenzioni, testi che investigano la dimensione umana e attitudine alla contaminazione e alla multidisciplinarietà.
Alexei Moon Casselle, sia pure in maniera misurata, risulta artisticamente continuo, in particolare nelle forme dei Roma di Luna, gruppo formato con Channy Leaneagh nel 2004. In questo caso, vicende familiari e musicali si intrecciano. Infatti i due sono stati sposati fino al 2011, anno in cui si interruppe anche il sodalizio artistico che, però, ha ripreso vita nel 2017. Si tratta di roba assai differente: Alexei fa un passo indietro e sta alla chitarra, è Channy a cantare, nel solco di un country folk molto mainstream, sia pure di dignitosa fattura.
I Ghost Horse sono una bella invenzione a prevalenza italiana, che evolve ed espande il trio Hobby Horse e vede in organico Dan Kinzelman (sax tenore, clarinetto basso), Filippo Vignato (trombone), Gabrio Baldacci (chitarra baritona), Joe Rehmer (basso elettrico), Stefano Tamborrino (batteria), Glauco Benedetti (eufonio, tuba). Contagiosa miscela di jazz e altre spezie. composta ed eseguita con obliqua immediatezza, giocando sul crinale tra familiare e alieno, battito primordiale e visionarietà.
Il percorso che porta le due entità a collaborare passa per una commissione del Südtirol Jazzfestival Alto Adige che rende possibile la residenza artistica nel corso della quale il collettivo lavora ad una intensa versione del repertorio di Kill the Vultures, in particolare di “Carnelian”, un set di canzoni di cui già nel 2016 qualcuno aveva goduto in Italia, pur nella versione originaria ad equipaggio ridotto.
Il quattro di luglio scorso non c’era la calura di questi giorni e però ascendere alle relative altezze delle Pratarelle di Colfiorito è stato lo stesso gratificante. Tra l’altro, per chi scrive quantomeno, s’è “ufficialmente” aperta la stagione dei concerti dopo il lock-down, sotto gli auspici di “Synthonia – Percorsi sonori transappenninici”, che ha fatto virtù dell’impossibilità di dare corpo alle vibrazioni urbane ed un po’ assembrate di Dancity, svalicando, simbolicamente e praticamente, qualche confine.
Atmosfera rilassata, po’ beatnik, semplicemente informale, con la presenza di famiglie e, proprio tra il pubblico più “facinoroso”, un nucleo piccolo, ma significativo, di bambine e bambini, che al di là di ogni retorica (pur possibile) ha rafforzato la sensazione di essere in un luogo bello, non solo in termini paesaggistici. La musica è stata gustosa, vivace. I Ghost Horse hanno dato ulteriore carne e sangue ai brani di Kill the Vultures che sono arrivati pulsanti, inturgiditi dalla sezione dei fiati, comunicativi nel modo meta semantico e meta linguistico del migliore rap / hip hop. La veemenza degli arrangiamenti ha sparato le ritmate parole di Casselle dritte in pancia, oltrepassando le barriere linguistiche.
Ad un certo punto è saltato l’impianto elettrico: ebbene, in quei quattro cinque minuti di black out si è sentito tutta la potenza polmonare dei Ghost Horse, mentre il beat di Crescent Moon veniva sostenuto con entusiasmo dai presenti, che sembravano essere due o tre volte il numero effettivo. Come dire, per un po’ il gioco si è fatto duro ed eravamo tutti quanti dei duri, a giocare, con quella piccola, rumorosa gang fuggita dall’asilo in prima linea. Abbiamo sentito qualcosa volteggiare su di noi, ma non si trattava di un avvoltoio, bensì di un drone. Ci piacerebbe rivedere (e risentire) qualcosa della serata e magari, fuggevolmente, anche i nostri volti che guardano verso l’alto.
La bambina era là e guardava tutto dall’alto.