05 Aprile 2021

John Cage

Dionisio Capuano
John Cage

“…”

Con John Cage si è dentro e fuori la gabbia della musica. Ho iniziato a capirlo (…il verbo non è corretto) scoprendo (non ricordo bene quando e come) che era un luogo da cui uscire e non in cui entrare. Diceva che i “materiali della musica sono il suono e il silenzio. Integrarli significa comporre”. Ed ascoltarlo per me è stato sempre atto compositivo. È diventato figura iconica della società dello spettacolo sperimentale a partire dagli anni sessanta, quando la sua opera era già assai consistente. Per molti rimane ancora il tipo strano che compone cose che non si suonano, ad esempio4’33” (1952), brano considerato dai più una boutade surrealista, di cui esistono una miriade di versioni, in realtà occhio in tre movimenti di un ciclone creativo che, oltrepassando la morte del suo autore, continua a ruotare. Di per sé, la gabbia-Cage è un paesaggio immaginario-reale vastissimo, ci si perde, non è mai lo stesso. Si estende dal silenzio puro al rumore assoluto in grado di saturare lo spazio consolidandosi in suoni-oggetto. Dall’indeterminatezza alla scrittura minuziosa, i cui dettagli talvolta portano gli esecutori ad esercitare la propria perizia sullo stressante confine dell’impossibilità, scontando una specie di sfida al maestro Schoenberg. Poi la danza, la filosofia, l’invenzione dell’happening.

Cage è lo stolto che scrive musica (?) gettando le monete dell’I-Ching (il procedimento è molto più complesso) e abbandona (poi recuperandolo) il sistema della notazione, redigendo delle semplici istruzioni o disegnando partiture grafiche. Il giocherellone che modifica il suono del pianoforte sistemando vari oggetti tra le corde (e che ne trae suoni di purezza archetipica). Il cervellotico che usa le mappe stellari per comporre. Molto ricca l’aneddotica che lo riguarda, dai passaggi in tv, esemplare la sua partecipazione vincente e performativa a “Lascia o Raddoppia” (1959), dove gareggiò in qualità di esperto micologo, fino agli eventi più intensi e provocatori, come a Milano, nel dicembre del 1977, protagonista di un pezzo di storia con i suoi fraintendimenti, la performance di Empty Words.

L’Umbria ha un legame particolare con l’artista. Nel giugno del 1992 I Quaderni Perugini di Musica Contemporanea organizzarono una cinque giorni di seminari e concerti, “John Cage e L’Europa”. L’evento si aprì con un Number Piece, One12, eseguito dallo stesso autore, brano dedicato ad Alfonso Fratteggiani Bianchi e che, mi pare, resta l’ultima composizione completata da Cage prima della sua morte, avvenuta poco dopo, ad agosto.

Il 1992 mi vedeva a Bruxelles, all’epoca capitale ricca di promesse, culturalmente vivissima e vivibile. Andare a ritrovare materiali ed informazioni sull’evento di Perugia, recuperare una copia dei Quaderni Perugini, ricostruire la mappa dei momenti che in Umbria fino al 2019, anzi fino al 2020 pandemico, hanno visto Cage oggetto-soggetto d’attenzione, è, quanto meno per me, operazione importante. Mi ricorda che questa terra, che spesso appare accidiosa del suo stesso patrimonio storico-culturale-ambientale e ritratta in fiction oleografiche, è animata da presenze impavide, capaci ad esempio – come nel caso del mai troppo apprezzato Opificio Sonoro – di usare la Gabbia, anche oggi, ai tempi dell’imprigionamento pandemico, per compiere gesti sonori incongrui di apertura, che spezzano l’oscena retorica degli incoraggiamenti standard, davvero parole vuote sul filo del pornografico.

Un paio di foto, una insieme al violoncellista Michael Bach e l’altra con la scultrice Renate Hoffleit (autrice del primo scatto) ritraggono Cage in un passaggio turistico ad Assisi, in quel giugno. Qualche buon anno dopo, nel luglio del 2013, il flautista Andrea Ceccomori, altra figura molto attiva nel paesaggio sonoro umbro, inserisce una versione “espansa” di 4’33”, intitolata 43’2” – concerto di silenzio, all’interno del programma di “Suono Sacro”. Siamo nel complesso benedettino di Santa Croce. Una breve introduzione, un po’ giustificativa, (lo si fa quando si è preoccupati che il pubblico non capisca) e i tre performer sul palco sono già immobili, così lo sparuto gruppo di astanti, neanche una decina. Per poco meno di tre quarti d’ora, la “gabbia” della musica si apre al mondo. Voci distanti, forse anche tintinnio di posate, animali notturni, cani, stormire di foglie, il vento di una serata più fresca del solito che modula il volume, tutto orchestrato dal caso, secondo il suo imprevedibile rigore. Un caso peraltro disposto all’ironia, all’interruzione di qualsiasi sacralità pedante. Ad un certo punto, quando quasi si misticheggiava sospesi nello spazio-tempo beato (e provate anche a spostare le vocali) della solita amena Umbria, una pattuglia dei vigili urbani si è fermata per controllare che fosse tutto a posto, preoccupata di tanto silenzio. L’americano, amante del traffico newyorkese, avrebbe apprezzato.

“∞”

Dionisio Capuano
Dionisio Capuano

È project designer e manager in ambito formativo e culturale. Collabora con la rivista Blow Up e tenta, senza successo, di mettere ordine nelle sue passioni per le varie forme dell'arte. Oggetto di studio in un recente saggio sulla critica musicale, ha pubblicato più di ottanta recensioni su dischi inesistenti ed è coautore di un album di musica elettroacustica.

Seguici

www.assisimia.it si avvale dell'utilizzo di alcuni cookie per offrirti un'esperienza di navigazione migliore se vuoi saperne di più clicca qui [cliccando fuori da questo banner acconsenti all'uso dei cookie]