Io venni educato sulla base di tre lingue morte – l’ebraico, l’aramaico e lo yiddish (che alcuni non considerano affatto una lingua) – e di una cultura che si sviluppò a Babilonia: il Talmùd. [Sosha – Isaac Bashevis Singer] Secondo le teorie di Timothy Morton gli iper-oggetti sono “oggetti così massivamente distribuiti nello spazio e nel tempo da trascenderne le specificità, come il riscaldamento globale, il polistirolo, il plutonio radioattivo”
Verrebbe da definire John Zorn un iper-oggetto. È divenuto nel corso degli anni topos pervasivo di discorsi multidisciplinari; generando una letteratura musicologica vasta e tematicamente articolata, alimentata dalla mole discografica, dalla varietà stilistica e ancora di più da un vero e proprio sistema etico-estetico che, radicato nell’ebraismo, lo trascende in una pluralità di direzioni, sotto l’ombrello della cosiddetta Radical Jewish Culture.
Impegnativo seguirlo nei suoi percorsi. Si potrebbe dire che essendo la sua produzione segnata da forte serialità, basta l’ascolto di qualche lavoro per tipologia ed i giochi son fatti (ma come fare una scelta a priori o a chi affidarla?). Peraltro il criterio della serialità si interseca con approcci di contaminazione e si sviluppa in nuove ramificazioni, generando varianti e quindi ansia completista e bulimica.
Formatosi con la dodecafonia, Cage e pure Carl Stalling, cresce nel milieu dell’avant jazz (i lavori del periodo Parachute), ha il suo breakthrough con un seminale album di riletture delle musiche di Ennio Moricone, The Big Gundown (1986), si impone con lo sferzante suono dei Naked City (1989), sincresi tra hard boiled jazz, allucinazione urbana, immaginario del fumetto estremo, si lega indissolubilmente all’ambiente sperimentale giapponese, inventa tecniche di composizione, imbastisce line-up stellari. Viene in mente, esempio che non esemplifica nulla, il trio hard pop con George Lewis e Bill Frisell – in carnet appena due dischi imprescindibili: “News For Lulu” (1988) e “More News For Lulu” (uscito nel 1992 ma registrato nel 1989). E nel 1995 fonda la Tzadik, non semplice label, una sorta di impresa sociale e rete di creatività solidale.
Si va di accetta. Nel 1993 Zorn avvia, tra le varie altre cose, un progetto basato su temi della tradizione ebraica allestendo una formazione, Masada, che include lui stesso al sax insieme a Greg Cohen (contrabbasso), Joey Baron (percussioni) e Dave Douglas (tromba). Ulteriore peculiarità, le composizioni si legano alle prescrizioni della Torah. Nel corso di venticinque anni Zorn ha composto un brano per ognuna delle 613 regole. 205 abbinate ai brani dei dischi dei Masada (dieci in studio, tra il ’94 e il ’97). 316 accoppiate alle musiche raccolte nei Book of Angels (2005-2017), trentadue album che presentano uno brulicante spaccato della scena musicale internazionale. 92 legate alla serie di composizioni degli 11 album di “The Book Beri’ah” (2018), eseguite da formazioni dal vario assetto che interpretano la musica di Zorn in soluzioni eterogenee: forma canzone che sublima la diaspora tra suggestioni sefardite, orchestre che sussumono suoni folklorici transglobali, band avant metal, interpretazioni nelle spoglie d’un cristallino jazz post moderno. Con il gene comune dell’armonia ebraica, accordi languorosi che – esaltati nella dolcezza, violentati da sonorità schizoidi, nascosti nelle trame degli arrangiamenti – stanno sempre là come un richiamo.
Numerose (mai abbastanza) le sue discese in terra italica. C’è una narrazione che lo colloca in Umbria, nella seconda metà dei novanta, in piena stagione Masada. Una data nel contesto delle programmazioni laterali di Umbria Jazz. Di quella esibizione al Formula 1 di Città di Castello ci riporta Walter Guarini, avvocato e acuto esploratore delle arti, che nei tempi di gioventù curò una fanzine, Diossido di Cromo ed una piccola label nastro grafica, CDT. Al tempo era molto forte l’immagine del musicista trasgressivo e debordante e si voleva forse sentire quel suono-lava tracimare dagli amplificatori. Fu invece un set di altissima scrittura che trafilava il klezmer attraverso il jazz e viceversa. Zorn-scriba “che tira fuori dal suo tesoro cose nuove e cose vecchie”. Il quartetto avrebbe meritato altri e più centrali palchi e un pubblico più numeroso, che pure annoverò Francesco de Gregori e Mimmo Locasciulli, e quindi beati i presenti.
Ci sarà la possibilità di averlo di nuovo in Umbria, lui che due anni fa ha composto “Nove Cantici per San Francesco di Assisi” (Tzadik – 2019), eseguiti magistralmente dalle chitarre di Julian Lage, Gyan Riley e Bill Frisell, album da collocare nelle zone altissime della sua sterminata produzione? Noi siamo in attesa, tra i tanti concerti mancati ed uno sognato: distesi sul prato della Basilica Superiore mentre gli intrecci di Admonitions accompagnano un rasserenante tramonto. Quasi ci viene da piangere. Stava giocando a dadi con la sua strada, barando come al solito.