06 Dicembre 2021

Jerusalem In My Heart

Dionisio Capuano
Jerusalem In My Heart

La gente di Gerusalemme già sospirava che ritornasse l’estate, sebbene non sapesse quale nuova epidemia avrebbe portato con sé [Il Signor Mani – Abraham B. Yehoshua]

Quando il percorso trova il suo centro, trova anche il suo sprofondo. Città madre spaccata. Con/divisa. Pietre sanguinanti. Con le serate fresche d’estate. Memoria, possibilità e frustrazione. Gerusalemme una e trina. E a pezzi. La cui immagine simbolica rifrange in altri frammenti, la cui polvere si sparge nell’atmosfera. Ad esempio, quella di Beirut che esplode.

JIMHè l’estensione multimediale diRadwan Ghazi Moumneh, classe 1975. Fuggito dalla guerra civile del Libano, rifugiatosi prima in Oman, nel 1993 giunge in Canada. Sperimenta lo stesso disagio sociale e culturale della sua famiglia, ma pure entra in sintonia con i sotto-mondi del punk e dell’underground canadesi. L’attrazione è forte e l’istinto creativo in fibrillazione. Tanto che rimarrà a Montreal mentre i suoi rientrano a Beirut. Inizia a fare musica post punk / hard-core: prima gli IRE e poi The Black Hand. Al suono urlato dell’hard core s’adattano bene i travagli d’un giovane arabo in occidente, il bulicame di nostalgie e rabbia, le vicende personali e lacerazioni globali. Giovane e massimalista trascina le band sulle soglie dei suoi abissi. Paragonare il sionismo al terrorismo è un’idea, comunque la si pensi, polarizzante, immaginabile che si possa giungere allo scontro con il pubblico, che certe cose ti si ritorcano contro e qualcuno ti prenda per nazista. Quasi una doppia beffa …

L’ansia di ritrovare la propria identità lo porta di nuovo a Beirut: ricostruire le relazioni di affetto, lavorare come benzinaio insieme al padre. Tempo un anno, però, e sarà nuovamente a Montreal. Ora, più governabili, le contraddizioni che sempre porta dentro prendono la forma d’un progetto unico nel panorama internazionale. Sentimento-visione che trova il principale epifenomeno in flussi di suono-immagine ora aspri, ora dolenti, ora potenti, ora suggestivi, spesso tutto questo insieme. Manifestazione d’una dialettica irrisolta, tra musica araba ed elettronica.

Affermatosi come produttore discografico e pienamente inserito nel giro di quella che si potrebbe definire sperimentazione connettiva, Moumneh crea il suo alter ego. È  il 2005. Arriva ad incidere il primo album, “Mo7it Al-Mo7it”, nel 2013. Nel 2015 è la volta di “If He Dies, If If If If If If” (2015) e di “Suuns and Jerusalem In My Heart” (2015). La musica, pur autosufficiente e straordinariamente evocativa di suo, è parte di una proteiforme essenza che può prendere le forme dell’organico a quindici che registra dal vivo “Daqa’iq Tudaiq” (2018), o svilupparsi come mosaico di collaborazioni in “Qalaq” (2021), trovando nell’immaginario visuale di Erin Weisgerber un completamento estetico.

Due i passaggi in terra umbra, il più recente il diciotto novembre scorso a Terni, al teatro Secci, all’interno degli ambienti del Caos,un evento organizzato nell’ambito di Umbria Factory Festival dello Zut! di Foligno e con la collaborazione di Degustazioni Musicali. Il precedente nel novembre 2016, allo Zenith di Perugia, co-organizzato da Degustazioni Musicali Umbria insieme a Argo PRoduzioni, T-Trane Record Store e Cinema Zenith. Eventi entrambe “bucati”, in circostanze differenti, da chi scrive.

Ci aiuta, allora, Samuele Chiovoloni, tra i promotori della data del 2016, a ricostruire il set emotivo della prima delle due venute. Jersualem in My heart ha generato una bolla etnica assolutamente autosufficiente all’interno degli spazi della carbonaia dello Zenith. Uno spazio spoglio, effettivamente e non solo apparentemente dismesso, atto a ospitare l’ibrido fra canzone tradizionale e elettronica. Il visual, in connessione poetica, era forse l’unico elemento che straniasse dalla centralità di questo muezzin suggestivo, permettendo agli ascoltatori di essere spettatori, mentre la sorgente della musica, il cantante era investito dai fasci della luce proiettiva. Una serata di bellissimi ascolti. Le mille voci di Gerusalemme. Anzi, di Beirut.

Beirut racchiude in sé più di una battaglia, più di una nazione e più di una moltitudine. [Beirut. Storia di una città – Samir Kassil]

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Dionisio Capuano

È project designer e manager in ambito formativo e culturale. Collabora con la rivista Blow Up e tenta, senza successo, di mettere ordine nelle sue passioni per le varie forme dell'arte. Oggetto di studio in un recente saggio sulla critica musicale, ha pubblicato più di ottanta recensioni su dischi inesistenti ed è coautore di un album di musica elettroacustica.

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