25 Luglio 2022

Israel Varela

Dionisio Capuano
Israel Varela

La nostra eredità non è preceduta da alcun testamento [René Char]

È Nato a Tijuana, città di confine e di muri, luogo che desta, d’acchito, epifanie. A noi, Mingus. Viene un po’ sbrigativamente considerato esponente di quel genere meticcio, inventato dai critici, come molti altri, il flamenco jazz. Poi all’atto pratico, la sua musica sembra assomigliare, ora qui ora là, a molte altre cose. Lo diciamo consapevoli ancora una volta di professare eresie. E dunque, la scusa può essere il caldo, ci sono stati uno due tre passaggi veloci in cui ci sono venuti in mente (in)certi altri suoni. E su di un che di jazz prog, – non diciamo di Canterbury ma or dunque di Palazzo di Assisi -, potremmo quasi essere pronti ad argomentare.

La sua discografia è facilmente rintracciabile sulle piattaforme a più ampia diffusione e si evidenzia subito la fitta trama di collaborazioni, molte e recenti con artisti europei ed italiani. Vedasi (e si ascolti) il bel disco con Rita Marcotulli.

Come accade con i percussionisti compositori, Varela porta nell’impostazione dello strumento una fantasia esplorativa che lo fa suonare ben oltre la mera funzione ritmica, mentre nella scrittura musicale manifesta un senso fisiologico della cadenza, lui stesso cantante dal timbro giovane e fresco, curiosamente androgino.

Il suo più recente lavoro si inspira alla figura di Frida Kahlo e fogli del corpus poetico dell’artista messicana vengono trasmutate in canzoni. L’album segna l’internazionalità di Varela, causa e conseguenza di una convergenza artistica di lussureggiante ricchezza.

Varela ha già suonato per Cambio festival nel 2019 , in quel luogo piccolo ed infinito che è Sterpeto. Lo ritroviamo la sera del 22 luglio nello spazio(tempo) aperto-chiuso del Castello dei Figli di Cagno. Stavolta in quintetto, con un singolare assetto sul palco. In genere le percussioni sono al centro. Nella fattispecie, lui sta alla destra. Al centro, più arretrata, la Valente contrabbassista tedesca Lisa Wolff e come front man Quentin Collins, trombettista inglese dalla pronuncia lirica forte e precisa. A sinistra il pianoforte di Andrew McCormack, strumento, che sappiamo tutti, è pure percussivo.  Last but not least la presenza e la voce di Serena Brancale, su e giù per il palco.

Al di là dei temi musicali e delle melodie, spesso pretesti per allontanamenti e variazioni, quello che più è passato ed ancora rimane – come eco organica – è la densa umanità dell’ensemble, quasi che la musica sia servita (proprio nel senso lavorativo del termine) a veicolare l’idea della festa – idea in sé politica e rivoluzionaria – che in forme differenti, più o meno impattanti, il nostro disimpegnato organismo va in automatico a ricercare nella musica dal vivo (foss’anche un concerto dark) .

Ci sentiamo un po’ fuori, fuori dalle retoriche della ripartenza. Però ci manca forse pure a noi un (grande) evento, l’ebrezza neurale e transenute (pagana ma anche monoteista) di essere in migliaia e sentirsi uno. L’ultima volta … i due minuti sotto il nubifragio al concerto di Massive Attack? Lo ammettiamo, quel vertice emozionale è stato merito del nubifragio più che di Robert Del Naja e compagni. Ora, non consideratelo un giocare al ribasso né un cambio di mentalità, però visti i tempi, ci muoviamo cogliendo lo zeitgeist non ancora disciolto. Questa estate, subliminalmente, pare sussurrarci: festeggia localmente, globalmente, semmai, ascolta.   

Perché devo dirvi la verità, devo dirvi la verità gente… [Zeitgeist – film: voce narrante]

Dionisio Capuano

È project designer e manager in ambito formativo e culturale. Collabora con la rivista Blow Up e tenta, senza successo, di mettere ordine nelle sue passioni per le varie forme dell'arte. Oggetto di studio in un recente saggio sulla critica musicale, ha pubblicato più di ottanta recensioni su dischi inesistenti ed è coautore di un album di musica elettroacustica.

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