30 Agosto 2021

Iosonouncane

Dionisio Capuano
Iosonouncane

Io vorrei essere là / dove i soldati muoiono / senza sapere dove / senza saper perché [ Io Vorrei Essere Là – Luigi Tenco]

Sulla copertina di “IRA” (2021), il recente lavoro di Jacopo Incani, c’è l’immagine sfocata di un uomo nudo. Può ricordare, in una dimensione questionante, le fisionomie grottesche degli esseri di Cinico Tv. Esasperando l’immaginazione, facendo metafora d’una fisicità che è anche quella sonora del musicista sardo, sono venuti in mente i Trasformers e Viaggio Allucinante (e, pensate, pure Tetsuo). Non si sa bene perché. O meglio: lo si sa, sono immaginari del fuori e del dentro del corpo. Che è di fatto territorio di attraversamenti, cruenti a volte, ed è il vero paesaggio che interessa. Un corpo che non sia mero involucro cinereo, ma fenice mutante d’emozioni che ad ogni rinascita accumula senso e diviene “monstrum” nel senso etimologico del termine, stratificando la propria storia.

Il percorso artistico-esistenziale di Iosonouncane appartiene al terzo millennio, lo subisce e lo incarna, e si svolge tra una terra aliena ed attrattiva, la Sardegna, e una città grassa di politica e promesse paranoiche, Bologna. Gli esordi isolani sono sotto forma di band, gli Adharma. insieme a Simone Ena e Riccardo Aresti. “Risvegli” (2005) e “Mano ai Pulsanti” (2011) meritano più di un semplice ascolto. Ci sono una sostanza emotivo-radicale, humus a tutto il percorso artistico del musicista di Buggerrru e altissima prestanza sonora, che fa protendere lo sguardo su quello che potrebbe esserci (stato) d’altro.

Le matrici autoriali sono nel nome. Il titolo di Io Sono Uno, la canzone di Tenco viene fuso con il cognome. Così, si (de)forma un personaggio-concetto, tra Bulgakov e la mutazione allucinata industrial. Quando esce “La Macarena su Roma” (2010), sull’album campeggia un ibrido cino-umano in giacca e cravatta, l’asprezza del timbro vocale ricorda un po’ Dalla e Caparezza. Ma l’apocalisse è stata spostata ben più in là.

Si comprendono le altre assimilazioni con il “cantautorato storico”. Ci stanno le risonanze di Battisti, quello dell’anima latina, delle colline e dei cari angeli. È d’altronde vero che il nucleo più duro resta la poesia (anche qui intesa nell’etimo e non per edulcorazione), lo si tocca con mano. Canzoni che si assimilano quasi col tatto più che con l’udito: le versioni acustiche, riduzioniste, dei brani di “Die” (2015).

Peraltro, proprio con il suo secondo lavoro Incani già è lontano dai modelli italioti. Di un sol pezzo, roba di finta estate allegra, Stormi, il suo “cielo sempre più blu”, che equivocamente potrebbero cantarlo i The Giornalisti, esce un nonetto di remix, “Nove Stormi”. La canzone viene decostruita e straniata, a volte insufflata di elettronica. Prove di alterazione.

La laboriosa realizzazione di “IRA” prosegue ed accentua i processi di sperimentazione e le stratificazioni. Ne scaturisce un album impegnativo all’ascolto, centodieci minuti di materia densa, scura che pulsa, ribolle e ristagna. Orizzonte crepuscolare e palude stigia. Musica che non può essere ascoltata a basso volume ed ha bisogno di un impianto dalla buona dinamica, altrimenti il suono s’impasta in un blob colloso.

Poi, tra aneddotica e simbolo, successo di pubblico e di critica, un concerto nel cuore verde d’una Italia-cane. All’Isola Maggiore per “Moon in June”. Dal vivo Iosonouncane ha sempre agito ad un livello alt(r)o e se ne ha diretta conferma. Assimilazioni e detournement. Da un isola ad un’altra. Il sole che scende il ventidue Agosto dietro il palco, con la terza luna piena d’estate. Un cantautore trasformato, dal suo interno, in un alchimista emotional techno. La musica ruggisce: Die (qualcosa), IRA (moltissimo). La palude che avevamo in testa tramutata in flusso di luminosissima luce nera cangiante. Il pubblico, costretto alla sedia, è attraversato da frequenze che mettono in vibrazione l’organismo intero irrorando il sistema cardio-circolatorio e, allo stesso tempo, viene risucchiato dentro i meandri d’un corpo sonoro espanso dal beat, viaggio-toboga di un centinaio di minuti. Se ne esce, alla fine, in una lacrima.

La bambina ballava nel tempio avventizio di quella notte, quasi non la si vedeva. Era lei stessa il ritmo.

Dionisio Capuano

È project designer e manager in ambito formativo e culturale. Collabora con la rivista Blow Up e tenta, senza successo, di mettere ordine nelle sue passioni per le varie forme dell'arte. Oggetto di studio in un recente saggio sulla critica musicale, ha pubblicato più di ottanta recensioni su dischi inesistenti ed è coautore di un album di musica elettroacustica.

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