30 Agosto 2020

Il nostro poeta maledetto.

Claudio Volpi
Il nostro poeta maledetto.

Se c’è un poeta ‘maledetto’ nel novecento italiano, quello non può che essere Dario Bellezza, morto di aids nel 1996 a cinquantadue anni.
‘Il miglior poeta della nuova generazione’: così Pier Paolo Pasolini salutava l’esordio di Bellezza, nel 1971, con la raccolta ‘Invettive e licenze’, che da subito riscosse un grande interesse nella critica e accese nel pubblico un vivace dibattito. Per gli argomenti trattati, per la sua carnale e esibita omosessualità, fatta di incontri  consumati nei cinema, nelle strade, nella sua casa spesso depredata dai giovani amanti. Intensità, dolore, catarsi erotica, la corporalità tradita e disillusa, coazione all’eros sono temi dei suoi versi. La poesia di Bellezza appare in fuga, si costruisce e si atteggia come fuga, come un tentativo di fuga, e si alimenta di forti contrasti interni. 
A volte ha una lieve naturale grazia, a volte diviene violentemente magmatica, si coinvolge in un dichiarato autobiografismo, e trova nell’eros momenti di incanto  o sordidezza in cui si dibattono i suoi poveri demoni celesti. Ma sempre, nei diversi passaggi, nella varietà delle occasioni, domina in Dario Bellezza il sentimento di trovarsi immerso nelle cose eppure estraneo, provvisorio, ‘avventizio’ consapevole del mondo.
E la sua vita, una vita contro.

Sembra che m’abbandoni la follia
E poi la trovo dentro un cinema

A delirare e subito fuori mi butto
Con l’orecchio che confonde tutto
Il rumore in lui versato con il canto
Incerto dell’amore. Ma ininterrotto

S’attarda il sesso sotto i fangosi
Ponti  a salutare la notte.

Reso leggero e pesante dalla vita trascorsa in cento
Giri e gironi di sventura, approdo ormai alla vecchia
Soave verità di Dio incolume da morte e da passato,
mi rassegno all’arbitrio della sorte che vuole nel sogno
la fuga di ogni mio splendore, mentre in realtà amo
la vita, sono forte in essa, e asciugo volentieri
le lacrime solo ai miei sereni e spietati nemici
di una notte, in un letto chiuso a contare le future
notti di solitudini e squallore. Se piango io non voglio
nessuno accanto alla mia tomba, e solitario mi aggiro
nella mia grotta a cancellare le orme del mio passaggio
terreno; quando i posteri diranno chi ero non potranno
pronunciare né assoluzione né condanna. Io ho vissuto
come ho voluto in barba agli economici ricatti, o alla
fretta dei critici immortali nel giudicare la mia
forsennata poesia sospesa  fra elaborata perizia
e sincerità programmata. Ora che sono vecchio piango
l’astuzia di un tempo, quando riuscivo a scrivere versi
meravigliosi ,a freddo, mentre adesso sono conficcato
nel mio continuo assedio di morire e non morire.
Scrivendo ho imparato a fingere, a raccontare ai miei
Nipotini inesausti di ascoltare la mia truccata verità
Di solitario in bilico fra ascesi e rovina, mistico terrore
Del nulla e furia di possedere un corpo nelle sue
Viscere sbudellate. Mi faccio paura e compassione,
sono un mostro paziente e non desidero niente di più
di quello che ebbi in giovinezza, chiudendo in faccia
la porta alla povertà e al vizio di barare.
Addio allora mondo! Mondo degli altri moribondi
Normali; addio con tutte le segrete immense rivalse
Della invidia poetica; addio mondo sgominato
Dai soli e dalle  pasque nuziali; addio mondo
Che l’intelligenza sublima e il cuore
Consola fra celesti in rovina che non sanno
Nulla della mia morte e della mia rinascita.

Roma 1989

È avventizio  il mio essere reale.
Sleale è insistere su chi sono io.
Il punto di partenza è scontato-
L’arrivo è certo nello stato
Attuale: morte come sostanza
O strato finale di un cuore malato.

Oh, vorrei rinascere, ritornare indietro
Ma non posso. Troppo ho peccato
Di peccati non miei, attribuiti
A posteri, mancati inganni.
Cerco amori nuovi, violente sere.
Perdono chiedo a chi non amai.
Forse verrò domani ad un prato
Verde,- e non sarò più solo.

Non invento più,
il cuore è spento, in disuso
ma già verso gli anni fuggiaschi
sento un desiderio smisurato
di recuperarli. Sono una fortuna
del passato, e chiudo in silenzio
i giorni catastrofici. Nessuno
sa che cosa sono diventato.
Spauracchio sepolto, gattone celeste
O grigio affossatore d’avventure.

La vedo tutta lì la  sorte mia:
unico interesse di giornate
smarrite ormai è dietro di me,
e tanta avanti ne avrei potuto
avere, con dedizione e calma
al quotidiano scorrere del tempo.
Ignoro perché Qualcuno abbia
Deciso il contrario!
Poveri, pochi anni
Sono rimasti , gelidi, limitati;
li dubito e li annuso sperando
di moltiplicarli e cedo deluso
al rimpianto calunnioso-non so
più poetare, lo so, l’idea lucente
del nulla stasera non aggiunge
allegra compagnia. Oh come è finita
la speranza! Dio non  punirci
ancora se siamo vivi

Forse m’impiglio in pigrizia, non riesco
A salire la scale per giovani giochi;
ormai legato da rabbia, intossicato
non guardo più né quasi parlo.
Vorrei perdermi in immagini e ricordi
Se danno pace al cuore, non
Dimenticati: un fiume lento verso sera
A Roma città di una vita

Claudio Volpi
Claudio Volpi

Nato ad Assisi, dove vive e lavora. Laureato in Lettere Moderne, si occupa di Arte e Antiquariato, ha una Galleria D’Arte nel centro storico della città. Dagli anni ottanta ha pubblicato diverse raccolte di poesie, l’ultima quest’anno con il volume “Voci Versate”, Casa Editrice Pagine Roma.

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