10 Gennaio 2022

Howe Gelb

Dionisio Capuano
Howe Gelb

Il passare del tempo / e tutti i suoi crudeli crimini / mi rende triste / ma non dimenticare le canzoni / che ti hanno fatto piangere / e le canzoni che ti hanno salvato la vita. [Rubber Ring – The Smiths]

Canta Morissey. E si prosegue sulla china languorosa del vagheggiamento del futuro. Sempre quello intermittente dell’estate eterna. Ci si è svegliati con una canzone in testa. Ricercarla è stato più faticoso del previsto. Con lo stesso titolo ne esistono almeno una quarantina e scorrendo il noto canale audiovideo è un succedersi di Imbruglia e Coldplay.

Classe ’56, come Miguel Bosé, ed antenati europei. Howie Gelb nasce in Pennsylvania. Quindicenne si sposta con la famiglia a Tucson. Già adolescente inizia a scrivere, roba country e punk, come i circostanti paesaggi umani e fisici ed i suoni del tempo suggeriscono. Il deserto è fonte di grande ispirazione ed insieme a Rainer Ptacek, scomparso nel 2017, musicista singolarissimo e suo grande amico, formerà i Giant Sandworms. Creatura avventizia ed acerba, new wave asprigna, che ricorda un poco gli esordienti lontani INXSS.

S’accorcia il nome del gruppo: Giant Sand. Inizia l’epopea di una band che, come il deserto, muta forme e morfologie nell’arco di un sol dì (album), fiorisce di colori e si estende in scenari assolati, brucia le tradizione ed i nomi sacri (Dylan, in primis) che l’attraversano, piove torrenziali dolori e pop. Rimanendo sempre se stessa. Acustico-elettrico, dolcezza e allucinazione, standard e sperimentazione. Una discografia che dell’esordio nel 1985, “Valley of Rain” ad “Heartbreak Pass” (2015) annovera una ventina di titoli su lunga durata. La geografia creativa travalicherà i confini americani, per estendersi all’Europa. Howe Gelb (si va per sineddoche) suona con gli italiani Cuori Sacri, ospita Vinicio Caposella in Heaventually. Va a smaltire le ubbie in Danimarca e ne esce uno struggimento in bianco-e-nero, “Provisions” (2008) che sa di Cohen e Waits.

La definizione di desert rock, tenta di sintetizzare forse troppi stati emotivi e alla band sta assai stretta.  In questo caso da dove cominciare? Sebbene non ci sia consenso bulgaro, si ritiene (qui si concorda) che buona porta d’accesso ai Giant Sand possa essere “Chore of Enchantment” (1999). Non sarà l’album migliore, ma là passano, fluendo e defluendo, molte delle paturnie e visioni che possono albergare nell’anima d’un vagabondo del deserto nell’era liquida.

Gelb apre ditta a suo nome, carriera parallela ed interconnessa con il gruppo, che gli consente ampia libertà di movimento, mobilità nelle formazioni, generando un ulteriore repertorio dalla grande varietà umorale. Le contaminazioni elettroniche con i Radian, la musica spagnola fino all’intimismo quasi isolazionista, piano voce e finissima polvere, di “Coocon” (2020). Volendo fare bella figura, mantenendosi in equilibrio tra qualità elevata e fruibilità, l’album consigliato è “’Sno Angel Like You” (2006). La chiave soul-gospel apre parecchi cuori.

Un’altra possibilità per apparire sul pezzo: farsi trovare tra le mani il disco insieme alla The Colorist Orchestra. L’ensemble fondato nel 2013 da Aarich Jesper, dopo i due bei lavori con Emiliana Torrini e con Lisa Hannigan ha sfidato le capacità interpretative di Gelb trasportandolo in altri territori, peraltro già intravisti con i Radian. Canzoni di struttura post-moderna, echi minimalisti e raffinatissimo gusto retro-futuribile. 

La macchina del tempo ci riporta al 12 luglio 2001. Una bella serata calda. Il futuro era tante ipotesi. La provincia umbra sembrava americana. Un angolo della piazza con Howe Gelb che suona e canta, voce sabbiosa e scrub all’anima. Era come nei quarantacinque giri dei fratelli fabbri, “basta un po’ di fantasia e di bontà”. Stavamo in Arizona. La musica, una faccenda tra amici. La setlist, la scaletta, della serata chi se la ricorda. Ci saranno state canzoni di “Confluence”, che era uscito ad aprile.  

Aspettavamo che la pallina andasse nell’ultima buca. C’è qualcosa nell’acqua, ed il Tevere era lì a due passi. Vicino ad una luna che non sa quando smettere, gibbosa calante, quella sera. Dai su, Howe, vieni e facci sentire un brivido. Tutto questo trambusto, quindici anni e più di musiche si riducono ad una sola canzone? Qualcuno dice che in quattro minuti ci possono stare una vita sbagliata e un nuovo inizio. Dunque: Shiver, non Coldplay né Imbruglia. Giant Sand. Non dimenticare canzoni come quella. Non c’erano vite da salvare (ma che se ne può sapere?), stavamo tutti contenti. Qualcuno forse ha pianto. Quel che sia, per quattro minuti l’estate sembrò senza fine. Il 12 luglio, quest’anno, la luna sarà quasi piena. La perfezione non esiste. Anzi si, è un brivido.

https://www.youtube.com/watch?v=Iw36XqeGi5I Nel viaggio verso il tuo sogno, sii pronto a fronteggiare oasi e deserti. In entrambe i casi non fermarti [Paolo Coehlo]

Dionisio Capuano

È project designer e manager in ambito formativo e culturale. Collabora con la rivista Blow Up e tenta, senza successo, di mettere ordine nelle sue passioni per le varie forme dell'arte. Oggetto di studio in un recente saggio sulla critica musicale, ha pubblicato più di ottanta recensioni su dischi inesistenti ed è coautore di un album di musica elettroacustica.

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