13 Dicembre 2021

Giovanni Guidi

Dionisio Capuano
Giovanni Guidi

Sono sempre riuscito ad ipnotizzare la gente. Anche dopo aver perso i contatti con Dio, riuscivo ad ipnotizzare la gente con la musica.  [Charles Mingus – Peggio di un bastardo]

Questa terra, quindicesima regione italiana per densità di popolazione, periodicamente innaffiata di jazz (ed altre musiche, certo), s’è imbevuta di suoni e storie, passioni e drammi. E poi? La buttiamo sull’enfatico (tra l’altro, lo stesso tono potrebbe essere usato parlando di rock, new wave e pure di dance music) per dire che Giovanni Guidi rappresenta un bel frutto d’un ecosistema creativo e culturale che, nonostante la scarsa massa critica e circostanze non favorevoli, esiste e resiste. Non un accidente, ma l’evidenza d’una vivacità, che si coglie anche in altri fenomeni (non necessariamente di ambito strettamente musicale). Così si vuole pensare.

Chiedersi cos’è il jazz non è inutile, solo che rispondere sarebbe cosa troppo articolata, diventerebbe un “di cosa parliamo quando parliamo di …”. È sicuramente un luogo privilegiato di relazioni, per sue caratteristiche storiche e strutturali. La dinamica della jam session, la dialogica dell’improvvisazione, il condensato politico-sonoro afro-americano (ma poi anche l’europeo), la mobilità delle line-up. Sperimentare chimiche sonore è, al contempo, esplorare dimensioni umane sempre nuove. Giovanni Guidi è in questo flusso. Lo usiamo, senza neanche dire del suo impegno sociale e politico, per tratteggiare un’utopia, che è già qua, ma non ancora.

Contano i contesti. Pure quelli familiari. Avere Mario Guidi per padre significa essere stati al centro della scena jazz fin dal proprio concepimento. Sentire suonare Rava quando ancora sei nella pancia di mamma. La collaborazione con il trombettista è fondamentale, insieme a lui Giovanni cresce e sperimenta, fino a ieri l’altro, come evidenzia quell’ibridazione con l’elettronica e Matthew Herbert, che è anche una dedica, “For Mario (live)”, concerto-performance, divenuto album digitale.

E cos’è il jazz per l’Umbria? Un fiore all’occhiello delle politiche culturali, un attrattore turistico immateriale che ha preso le forme di Umbria Jazz assestandosi, dopo la breve stagione eroica degli esordi, in una vera e propria industria creativa, con prodotti di fascia medio-alta ed una tendenza all’omogeneizzazione. Ma non si vuole parlar male di UJ. Si vorrebbe, sì, qualche bel colpo di testa a scombinare i programmi rassicuranti. Giovanni, certo, non ne parlerebbe male. In quel contesto sono molti ad averlo scoperto. Chissà era l’estate del 2008, oppure UJ Winter, magari con il progetto Rebel Band. E Young Jazz?

L’estate può essere anche diversa. Quella scorsa se n’è inventata una assai curiosa. Ha preso il fior fore del jazz internazionale: James Brandon Lewis, Gianluca Petrella, Brandon Lopez, Chad Taylor, Francisco Mela. “Oyos de Gato” (2021) è il risultato, il fiorire lussureggiante della memoria: un McDonald di New York, il padre e Gato Barbieri.

Il jazz è contesto di sperimentazione, guardare oltre. E ci sarà chi, senza rinnegare nulla, pur amando alla follia Ellington e la Fitzgerald, Armstrong e Gillespie, proverà a spingere i suoni più in là, a volte disperso oltre le periferie delle certezza acquisite. Guidi è un gran connettore di energie. Le raccoglie e le lascia libere di esprimersi. È la cifra del suo lavoro con Petrella, ad esempio. Un duo capace di aprirsi e gestire l’imprevedibile.

Dal suo esordio in trio, “Tomorrow Never Knows” (2006), la sua sensibilità musicale e creativa l’ha portato a sviluppare svariati percorsi, ma c’è fiume carsico romantico e lirico che fluisce costante e nel quale è facilissimo cadere dentro. Quanto fa con Daniele di Bonaventura può ammansire molti mostri ruggenti che ci portiamo dentro; “Reminescenze” (2021) è un balsamo all’anima.

Veder suonare Guidi in Umbria non è cosa difficile ed è sempre bello. Ci si ricorda in particolare due episodi, entrambe a Foligno, gustando l’atmosfera di “comunità” che si genera quando un musicista suona a casa sua. Un bel regalo dell’epifania, gennaio 2019, allo Spazio Astra con il trio Drive!. Roba elettrica ed elettrizzante, unica a suo modo, perché il set corrispondeva solo in parte alle tracce dell’album e poi non è frequente sentirlo al fender rhodes. Nella testa, vibra ancora l’onda lisergica di Where Is My Mind? dei Pixies. Qualche mese dopo, a maggio, la presentazione di “Avec Le Temps” (2019) allo Spazio Zut!, in quintetto. I musicisti al centro, il pubblico intorno. E quali che fossero le attese e poi le conferme o smentite, la musica è diventata quasi subito questione personale. In qualche momento ci si sentiva perfettamente allineati, al centro (di se stessi) del centro (del mondo).

La bellezza, oggi, non ha altra misura che la profondità in cui la creazione dà corso alle contraddizioni che la attraversano e che essa padroneggia solo seguendole, non nascondendole. [T.W. Adorno – Parva Aesthetica]

Dionisio Capuano

È project designer e manager in ambito formativo e culturale. Collabora con la rivista Blow Up e tenta, senza successo, di mettere ordine nelle sue passioni per le varie forme dell'arte. Oggetto di studio in un recente saggio sulla critica musicale, ha pubblicato più di ottanta recensioni su dischi inesistenti ed è coautore di un album di musica elettroacustica.

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