Il concerto stava per iniziare, si sedettero senza guardarsi, cercando un modo per non perdersi. Il tempo stringeva, la distanza aumentava.
Tra i fenomeni che hanno conformato il paesaggio sonoro (e non solo) umbro, Umbria Jazz è sicuramente uno dei più importanti. La manifestazione ha striato il tessuto culturale del cuore verde di attraversamenti e passaggi, dagli esordi eroici quasi visionari degli anni ’70, ai giorni nostri, in cui il vessillo del jazz, secondo alcuni, è però confinato nelle retroguardie mentre la dimensione spettacolare trans-genere è oramai esplosa con tutte le sue contraddizioni. Certo, parafrasando, si potrebbe dire: la questione non è Umbria jazz in sé ma Umbria Jazz in te. Volenti o nolenti, siamo parte di questo iper-oggetto, immersi in esso, a prescindere del nostro interesse per la musica o per lo specifico genere speso in ditta. Sia quello che sia, vedere Gil Evans e quell’orchestra con alcuni dei nostri santi preferiti, in quel 1987-giro di boa, fu un’esperienza bellissima. L’espressione, si sa, è d’una pochezza disarmante, succedanea dell’afasia e dell’incongruo rimpianto per non averlo visto già nel 1974.
Per chi scrive due sono state le porte del jazz: Evans e Mingus. “Changes Two” (1975) del nero d’Arizona fu regalo-epifania di compleanno da parte un compagno di scuola. Reale folgorazione. Poi un altro amico confezionò una tdk con titoli scritti a zampa di gallina; “Out of the Cool” (1961) si leggeva a stento. Cosa può esserci dopo la folgorazione? Uno stato emozionale di riverberi e risonanze, quasi psichedelia. Gil Evans si rivelava grande alchimista del suono orchestrale. Ascoltando lui si capì il carattere creativo dell’arrangiamento e la grandezza architettonica del jazz, che si manifestava in tutta la sua complessità tridimensionale.
Dopo “Out of the Cool” si andò a ritroso e, per assonanza, subito a “Birth of the Cool”. Da lì ci fu la scoperta di Miles Davis. Poi ancora indietro a ripercorrere la vicenda umana ed artistica di questo canadese del 1912, che nel 1933 crea il suo primo ensemble, qualche anno dopo inizia una proficua collaborazione con Claude Thornhill e dopo la guerra, in un piccolo appartamento sulla 55a strada, si trova al centro di un circolo di musicisti che fanno e disfanno i generi. Intanto esplora le possibilità di scrittura ed esecuzione orchestrale facendo cose molto pericolose, come espandere le strutture di Jimi Hendrix senza far loro perdere la potenza di penetrazione.
Gli anni ottanta furono assai intensi per Gil Evans, un ritorno di interesse anche da parte del grande pubblico. I concerti allo Sweet Basil di New York, pur senza unanime consenso della critica, fecero da trampolino per nuovi progetti tra i quali proprio quello per Umbria Jazz, che includeva il live con Sting al Curi e poi sette serate, cinque delle quali si tennero a San Francesco al Prato e due ai Giardini del Frontone. Fu un profluvio di musica, chi ne ha goduto parla della sensazione di essere stato in connessione limbica con tutti i suoni del mondo. Qui ci si ricorda di un viaggio nello spazio-tempo, al Frontone, con un equipaggio fantascientifico guidato da un demiurgo stanco ma ancora in grado di usare temi e melodie per lanciarci più avanti nello spazio profondo, lontano, insufflandoci nel corpo il soffio divino d’un jazz trasformativo. Al posto giusto al momento giusto, sotto le stelle. Un dono quasi immeritato. Un paio album dell’Egea documentano frammenti d’intensità; qualche discrasia tra le note ai dischi e alcuni articoli sull’evento non aiutano a ricordare se si tratta di quanto effettivamente si ascoltò in quella calda notte. Ma piace la confusione in testa, dove risuona pure La Nevada.
Erano rimasti seduti l’uno accanto all’altro. Nessuno dei due aveva il coraggio di alzarsi.