15 Febbraio 2021

Enrico Rava

Dionisio Capuano
Enrico Rava

Vedi quante scie chimiche?

Macché scie chimiche!

Iconico ma al di fuori del divismo, connettore di intensità, lui stesso percorso umano-sonoro attraversato da altri e da altro, il trombettista triestino fa parte del sistema nervoso della cultura italiana. Si è formato nel cuore del jazz europeo contribuendo a plasmarlo. Negli anni sessanta lo si trova in dischi capitali come “Sortie” e “The Forest and the Zoo”  (1966) di Steve Lacy, in “European Echoes” (1969) di Manfred Schoof. È con Carla Blay in “Escalator Over the Hill” (1971) e quando muove i suoi veri passi da band leader lo fa con opere forti e screziate, “Il Giro Del Giorno In 80 Mondi” (1972), “Katcharpari” (1973), “Pupa o Crisalide” (1975). Si definisce in quegli anni un’identità artistica bella e la bellezza, com’è noto, non ha età ed è lei a stabilire se il tempo passa o meno.

Classe trentanove, carriera lunga e di livello sempre alto, segnata dalla capacità di dialogare nel profondo con musicisti molto differenti. D’altra parte, è genetica jazz il ramificarsi, sviluppare nodi oltre la semplice titolarità di un disco, includendo progetti paralleli, partecipazioni, collaborazioni. Nel caso di Rava si disegna una rete di oltre duecentotrenta lavori. Ogni decennio è segnato dalla sua presenza. Indicare un album diventa inevitabile peccato di omissione. Eventualmente, come partenze e non approdi: “Secrets” (1986), “Electric Five” (1994), “New York Days” (2009), “Tribe” (2011).

Voce lirica quella della sua tromba. Timbro controllato, che sviluppa temi cantabili, a volte lacerandoli con strappi, per esaltarne la sostanza o farli evolvere altrove. Un viaggio su crinali estetici, tra acustico, elettricità e luccicanze elettroniche, in assetti tradizionali o immerso nella dimensione mixed media, senza mai perdere la propria identità.

Rava ha suonato in Umbria molte volte, in formazioni diverse; anche lo scorso anno, ad agosto, nella ingannevole tregua pandemica, in occasione di un’emergenziale Umbria Jazz. Ha striato questa curiosa terra d’una musica vibrante, contribuendo a ridefinirne il paesaggio. Non un patrimonio museificato, ma un corpo vivo di passioni che cercano di ricreare la propria nuova morfologia, producendo arte (parola di cui piace l’odierna oscena inattualità) e non vivendo di rendite museificanti. Ha suonato anche ad Assisi, due volte, al Piccolo Teatro degli Instabili.

Ci racconta Fulvia Angeletti, che dirige (o meglio: coltiva) il teatro. La prima volta è stata nel marzo del 2006, insieme a Giovanni Guidi, Francesco Ponticelli e Emanuele Maniscalco [N.d.A. era il New Generation Quartet, con musicisti all’epoca poco più che ventenni]. Entrammo in contatto con Rava attraverso il suo manager Mario Guidi [N.d.A.: folignate e padre di Giovanni, con il quale ci si incontrerà nelle prossime puntate], persona disponibilissima e si sviluppò subito un rapporto di grande familiarità, poi anche con Giovanni, pure lui ospite agli Instabili.

https://www.youtube.com/watch?v=uEcK0-7XV2c&feature=youtu.be

I luoghi sono importanti. I “nostri luoghi” non sono mai mere spunte sulla cartina geografica o numeri civici, ma snodi affettivi, sistemi di relazione, biodiversità del paesaggio umano.

Della prima volta ricordo soprattutto l’emozione di ospitare una pietra miliare del jazz italiano. Erano anni in cui si susseguivano uno dopo l’altro jazzisti sul palco degli Instabili. Nonostante la presenza di Umbria Jazz a Perugia non c’erano ancora molte occasioni di sentire jazz l’inverno. Poi sono nate altre manifestazioni, ma in quegli anni eravamo in Umbria uno dei palchi di riferimento per la musica durante il periodo invernale.

Luoghi come gangli dove scorre sostanza sociale, forse in un modo di cui non tutti si rendono conto. Nei piccoli centri la loro azione è vitale. Si tornerà su questo aspetto, importante nel concept di “Passaggi Sonori”.

Della seconda volta, nel 2015, il duo insieme a Francesco Diodati, ho memorie evidentemente più vivide. L’emozione di mio padre di rivedere e di ospitare nuovamente Rava, il desiderio proprio di accoglierlo nel migliore dei modi possibili e la bellissima chiacchierata in cui gli raccontammo la nostra esperienza in quei dieci anni dalla sua prima esibizione. Ricordo che quando entrò in Teatro ci disse della acustica pazzesca del posto e di come sarebbe stato bello registrare agli Instabili. Il concerto fu incredibile, molta gente, una musica fuori dal mondo, improvvisazione totale. Ho proprio il ricordo, condiviso con altri spettatori, di aver sentito cose quella sera mai sentite prima. E di una persona alla mano, simpatica, entusiasta.

Rava al piccolo Teatro degli Instabili, come pratica di una costruzione culturale. Torna alla memoria, adesso, l’Italian Instabile Orchestra, guidata da un altro trombettista, Pino Minafra, che con Rava ha intessuto trame preziose. Si colgono valenze simboliche. Essere instabili non è limite psichico ma virtù visionaria. Instabilità è una parola che fotografa un vitale momento dinamico. Mentre si scatta tutto è già più avanti.

Che sono allora?

È la musica che evapora dai desideri.

Dionisio Capuano

È project designer e manager in ambito formativo e culturale. Collabora con la rivista Blow Up e tenta, senza successo, di mettere ordine nelle sue passioni per le varie forme dell'arte. Oggetto di studio in un recente saggio sulla critica musicale, ha pubblicato più di ottanta recensioni su dischi inesistenti ed è coautore di un album di musica elettroacustica.

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