Come è noto, il valore delle opere è da tempo determinato dalla qualità dell’ideologia che contengono come “apparato” ed essa è così sostanziale che annulla tutte le differenze di stile e di poetica con le quali sono state immaginate. [Gianni Emilio Simonetti]
C’è chi a ventisette anni ha già compiuto il percorso che porta allo zenit, o così pare. La storia si interrompe, per motivi differenti, più o meno tragici, e non si potrà mai sapere cos’altro avrebbe potuto esserci. Giovan Battista Pergolesi, Jimi Hendrix, Tim Buckley, Ami Winehouse, alcuni dei nostri eroi. A ventisette anni Elliott Sharp aveva da poco acquisito il Master of Arts al SUNY Buffalo, dove aveva studiato con Morton Feldman e stava per gettarsi nel tentacolare mondo della New York di fine settanta. Il pianoforte fu il suo primo approccio alla musica, da bambino, ma gli procurava attacchi d’asma. Passò quindi al clarinetto e poi, adolescente, capì che la chitarra era il suo strumento. Il punto di appoggio per sollevare la musica, farne deflagrare i codici e costruirne di nuovi. Non si esagera più di tanto. Si parte con Liszt e Chopin, poi ci sono Beatles ed il rock, si scopre il jazz e l’improvvisazione e via via le sue partiture inizieranno ad utilizzare i numeri di Fibonacci, frattali e sistemi grafici. Resta sempre il blues, che vive soprattutto nei Terraplane, a far scorrere ovunque, in un modo o nell’altro, una vibrazione archetipica.
Nei suoi due primi dischi, “Hara” (1977) e “Resonance” (1979), già i mondi collidono e c’è un musicista che ne vive l’esperienza e allo stesso tempo la osserva e la studia con l’acutezza e la curiosità di uno scienziato un po’ fuori dai canoni, un “science geek” come lui stesso ama definirsi. La sua chitarra diventa l’albero della conoscenza del suono e ramifica tutta una serie di esperienze che si espandono in direzioni differenti pur restando alimentate dalla stessa linfa.
La Grande Mela ha un sistema nervoso dinamico ed articolato, se c’entri dentro ti ritrovi a sperimentare simultaneità rizomatica, intensità multimediale. Per farla breve Sharp suona, scrive, pensa, crea e ad oggi ha una discografia di oltre duecento titoli. Tra i numerosi progetti Carbon e Orchestra Carbon, siamo negli anni ’80, marchiano a fuoco la sua identità espressiva, dove si fondono radicalità arcaiche e fughe dal futuro.
Che musiche suona Sharp, dunque? Si va per affermazioni contestabili e che potrebbero suscitare polemiche. Si resta fedeli all’impressione originaria: il nostro ironside suona molteplici manifestazioni del blues, una bestia mutata e mutante, cyborg polimorfo che condensa in sé le contraddizioni del turbo capitalismo tribale, le sputa fuori e molto spesso è pirotecnia.
A partire dagli anni ’90 comincia ad essere documentata anche una serie di incontri ristretti in cui si confronta e dialoga con musicisti tra i migliori della scena internazionale, chitarristi ma non solo: Nels Cline, Frances-Marie Uitti, Franck Vigroux, Merzbow, Reinhold Friedl, Matthew Evan Taylor. Che il blues sia nei genomi del nostro e che si tratti di forme mutagene lo confermano i set insieme a Marc Ribot. Occorre aspettare il 2017 per avere un disco a loro nome (e c’è, invero, pure quello di Mary Halvorson), “Err Guitar” e le cose sono un filo diverse: merletti sbilenchi e dissonanti, tessiture preziose e brunite. Vanno a completare una ricca tavolozza espressiva dove altrove ribollono veemenze liberatorie di chitarre infiammate da uno spirito giocosamente brutista.
L’albero sonoro ha continuato a ramificarsi sperimentando linguaggi meta-musicali e ne abbiamo colto frutti sapidi: partiture orchestrali di grande complessità che pure parlano umano. La si chiami musica contemporanea, ma è solo un epiteto triste. Meglio usare le parole dello stesso Sharp Il messaggio è astratto, ma ha anche fare con gli effetti positivi del cambiamento chimico psicoacustico. Suono sinaptico, avventure sensoriali.
Era il 17 ottobre 2018, Museo Civico di Palazzo della Penna. In quella strana sala, stretti tra mura di pietra c’erano un americano, la sua chitarra, forse erano un paio ed uno spartano sistema di amplificazione. La forza che abbiamo sentito uscire dalle corde, dalla sua mente, in tutti questi anni, spargersi intorno a noi dando forma a visioni della storia, del cosmo, della biopolitica, del futuro, del corpo, in quell’ora scarsa ci è parso di vederla fare un percorso inverso, rientrare attraverso la chitarra e le dita nel corpo di Sharp. Intrichi di note, arpeggi audaci, manipolazioni con “oggetti trovati”. Suoni che si distendevano, scivolavano e rifluivano verso dove avevano avuto origine. Non era musica “en reverse”, non c’era entropia. Esattamente il contrario: Sharp (ri)suonava utilizzando uno strumento, manifestando la densità dell’essere umano. Ci attestava che un musicista è un accumulatore-emanatore di energia e pensiero.
La bambina stava là e canticchiava in girum imus nocte et consumimur igni.