Tre poesie di Valerio Magrelli (1957).
1
Ricevo da te
questa tazza
per bere ai miei giorni
uno a uno
nelle mattine pallide,
le perle della lunga collana
della sete.
E se cadrà rompendosi,
distrutto, io,
dalla compassione,
penserò a ripararla
per proseguire
i baci ininterrotti.
E ogni volta
che il manico o l’orlo
s’incrineranno
tornerò ad incollarli
finchè il mio amore
non avrà compiuto
l’opera dura e lenta
del mosaico.
Scende lungo il declivio
candido della tazza
lungo l’interno concavo
e luccicante,
simile alla folgore,
la crepa,
nera, fissa,
segno di un temporale
che continua a tuonare
sopra il passaggio sonoro
di smalto.
2
Ho spesso immaginato
che gli sguardi
sopravvivano all’atto del vedere
come fossero aste,
tragitti misurati,
lance in una battaglia.
Allora penso che
dentro una stanza
appena abbandonata
simili tratti
debbano restare
qualche tempo sospesi
ed incrociati nell’equilibrio
del loro disegno intatti
e sovrapposti come
i legni dello shangai.
È possibile uscire vivi dalla vecchiaia?
È possibile uscire vivi dalla vecchiaia?
Poi mi guardo allo specchio
e vedo papà e mamma
che abitano il mio volto
disputandoselo.
Allora non ve ne siete
ancora andati!, penso,
vedendo che fanno capolino
sulla mia faccia, giocando
tra le linee del viso.
A nascondino, quindi…
E forse si divertono
cercandosi tra loro,
io solo, escluso,
a fare da teatro
per questi amanti morti
che mi usano
come lo spazio, morto,
del loro corteggiarsi.
Servo a qualcosa, almeno,
se i miei amati fantasmi
si danno appuntamento
tra i miei occhi,
naso, fronte, mascella,
per tornare ad amarsi.
Non c’è nulla di più poetico del dialogo con i morti (Giovanni Pascoli)
Sì, ma se i morti parlano tra di loro, ignorandoti? (V. Magrelli)