È Calendimaggio, questa festa unica e incredibile che unisce le genti di Assisi in maniera trasversale, che si è celebrata in questi giorni, rinnovando il miracolo. Quale è il dono suo più bello alla città? Pensiamo che, alla fine, sia l’Amore, l’Amore che sboccia in mille forme tra i ragazzi e le ragazze che partecipano a questa magia, tra gli uomini e le donne, un rito che si ripete ogni anno, che può durare tutta una vita, che è amore viscerale, nonostante tutto, anche per questa città. Così oggi pubblichiamo alcuni versi di Isabella di Morra (1520-1545/1546), famosa poetessa italiana del Rinascimento. Vissuta nel Castello di Valsinni in Basilicata, fu uccisa dai fratelli per una presunta relazione epistolare con un nobile spagnolo. La sua figura è avvolta nel mito e nella leggenda, fu poi riscoperta in epoca moderna da Benedetto Croce. Le sue poesie, in qualche modo, ci portano alle atmosfere, alle passioni, ai sentimenti vissuti in questi giorni nelle rievocazioni di scene di vita medievale.
1
I fieri assalti di crudel Fortuna
scrivo piangendo,
e la mia verde etate;
me che’n sì vili
et orride contrate
spendo il mio tempo
senza loda alcuna.
Degno il sepolcro,
se fu vil la cuna,
vo procacciando
con le Muse amate;
e spero ritrovar
qualche pietate
malgrado de la cieca
aspra importuna,
e col favor
de le sacrate Dive,
se non nel corpo,
almen con l’alma sciolta
essere in pregio
a più felice rive.
Questa spoglia,
dov’or mi rovo involta,
forse tale alto Re
nel mondo vive
che’n saldi marmi
la terrà sepolta.
2
Sacra Giunone,
se i volgari amori
son de l’alto tuo cor
tanto nemici,
i giorni e gli anni miei
chiari felici
fa con i tuoi santi
e ben concessi ardori.
A voi consacro
i miei verginei fiori,
a te, o dea,
e ai tuoi pensieri amici,
o de le cose sola alme,
beatrici,
che colmi il ciel
dè tuoi soavi odori.
Cingimi al collo
un bello aurato laccio
dè tuo più cari
ed umili soggetti,
che di servir a te
sola procaccio.
Guida Imeneo
con sì cortesi affetti
e fa sì caro il nodo
ond’io mi allaccio,
ch’una sola alma
regga i nostri petti.
3
Torbido Siri,
del mio mal superbo,
or ch’io sento
da presso il fin amaro,
fa tu noto il mio duolo
al Padre caro,
se mai qui ‘l torna
il suo destino acerbo.
Dilli come,
morendo, disacerbo
l’aspra Fortuna
e lo mio fato avaro
e, con esempio
miserando e raro,
nome infelice
e le tue onde serbo.
Tosto ch’ei giunga
a la sassosa ria
( a che pensar m’adduci,
o fiera stella,
come d’ogni mio ben
son cassa e priva!),
inquieta l’onde
con crudel procella
e dì: ‘ Me accreber sì,
mentre fu viva,
non gli occhi no,
ma i fiumi d’Isabella