‘Sereni ha fascino, colpisce, seduce anche senza volerlo. La bellezza dei suoi versi-quella bellezza che è stata anche una delle sue parole sacre- difficilmente, insomma, acconsente a perdonarci. Il fatto è che la poesia di Sereni ci pone davanti un uomo privo di appoggi e di garanzie esterne, di sovrastrutture ideologiche, di salvacondotti storici, perfino di uscite di sicurezza letterarie. Un uomo forte semmai delle sue stesse debolezze, della sua attenzione spasmodica verso il mondo esterno, della disponibilità a rimettere ogni volta in causa se stesso e il proprio destino di fronte agli altri e alla storia, con alcune grandi passioni-ossessioni come l’amore, la giovinezza, la gioia, la bellezza, la libertà, e l’emozione sempre viva dei suoi luoghi elettivi: il lago Maggiore, la grande Milano del neocapitalismo, Bocca di magra, cioè il posto di vacanza tra il fiume e il mare. La sua parola poetica nasce dal basso, ad altezza d’uomo, cioè nel riconoscimento dell’incertezza e provvisorietà della condizione umana. In questo senso a Sereni, insieme con gli altri esponenti della cosiddetta terza generazione, Bertolucci, Caproni, Luzi, va riconosciuto un ruolo decisivo nell’invenzione di quel nuovo linguaggio poetico che ha trasformato in profondo la nostra poesia. Ogni sua poesia non appare mai interlocutoria, ma risulta ogni volta un concentrato d’esperienza personale, di memoria, di percezioni, d’immediatezza, ma anche di una continua, perfino estenuante meditazione, in questo essendo un vero figlio di Petrarca’ (Roberto Galaverni). Ecco un assaggio di Vittorio Sereni, autore di versi memorabili, versi sentenza definitivi, che hanno toccato il fondo della cosa e appaiono allora senza ritorno, come “E da quel giorno/e da quell’ora/ d’amore più non ti parlai amore mio”, o come lo strepitoso “nulla nessuno in nessun luogo mai”.
Terrazza
Improvvisa ci coglie la sera.
Più non sai
dove il lago finisca;
un murmure soltanto
sfiora la nostra vita
sotto una pensile terrazza.
Siamo tutti sospesi
a un tacito evento questa sera
entro quel raggio di torpediniera
che si scruta poi gira se ne va.
Ecco le voci cadono
Ecco le voci cadono e gli amici
sono così distanti
che un grido è meno
che un murmure a chiamarli.
Ma sugli anni ritorna
il tuo sorriso limpido e funesto
simile al lago
che rapisce uomini e barche
ma colora le nostre mattine.
Ogni volta che quasi
di soppiatto ripasso da Luino
sulla piazza del lago
schizzato fuori da un negozio corre
un tale ad abbracciarmi
farfugliando il nome di mia madre.
Faceva lo stesso anni fa
un suo fratello più grande
e come allora adesso subitanea
sbocciata da una parete d’argilla
a ritroso lungo la trafila
dei morti ci stravolge una mano.
Altro posto di lavoro
Non vorrai dirmi che tu
sei tu o che io sono io.
Siamo passati come passano gli anni.
Altro di noi non c’è qui che lo specimen
anzi l’imago perpetuantesi
a vuoto
e acque ci contemplano e vetrate,
ci pensano al futuro: capofitti nel poi,
postille sempre più fioche
multipli vaghi di noi quali saremo stati.
Fissità
Da me a quell’ombra in bilico tra fiume e mare
solo una striscia di esistenza
in controluce dalla foce.
Rammenda reti, ritinteggia uno scafo.
Cose che io non so fare. Nominarle appena.
Da me a lui nient’altro: una fissità.
Ogni eccedenza andata altrove. O spenta.
In me il tuo ricordo
In me il tuo ricordo è un fruscio
solo di velocipedi che vanno
quietamente là dove l’altezza
del meriggio discende
al più fiammante vespero
tra cancelli e case
e sospirosi declivi
di finestre riaperte sull’estate.
Solo, di me, distante
dura un lamento di treni,
d’anime che se ne vanno.
E là leggera te ne vai sul vento,
ti perdi nella sera.
Periferia 1940
La giovinezza è tutta nella luce
d’una città al tramonto
dove straziato ed esule ogni suono
si spicca nel brusio.
E tu mia vita salvati se puoi
serba te stessa al futuro
passante e quelle parvenze sui ponti
nel baleno dei fari.
Viaggio di andata e ritorno
Andrò a ritroso della nostra corsa
di poco fa
che tanto bella mai ti sorprese la luna.
Mi resta una città prossima al sonno
di prima primavera.
O fuoco che ora tu sei
dileguante, o ceneri confuse
di campagna che annotta e si sfa,
o strido che sgretola l’aria
e insieme divide il mio cuore.
Di passaggio
Un solo giorno, nemmeno.
Una luce mai vista.
Fiori che in agosto nemmeno te li sogni.
Sangue a chiazze sui prati,
non ancora oleandri dalla parte del mare.
Caldo, ma poca voglia di bagnarsi.
Ventilata domenica tirrena.
Sono già morto e qui torno?
O sono il solo vivo nelle vivida e ferma
nullità di un ricordo?