28 Giugno 2021

Death in June

Dionisio Capuano
Death in June

Nulla è gratuito a questo mondo. Tutto si espia; il bene come il male, presto o tardi si paga. Il bene è necessariamente molto più caro. [ Il Dottor Semmelweis – Louis Ferdinand Celine]

Douglas Pearce, come musicista, è rimasto da solo quasi subito. In questa solitudine ha avuto molti compagni di viaggio, fino ai nostri giorni, in cui lo ritroviamo, strano reduce di strana guerra, insieme a Miro Snejdr. Il passato si stratifica, sovrapponendo personale a universale, la storia di un gruppo (che non è mai stato tale) a quella dell’Europa, che non ha mai fatto veramente i conti con se stessa. Saremo suggestionati dai vari fantasmi che si aggirano e dagli umori malinconici che possono prendere corpo solo d’estate: il cupio dissolvi durante il solleone è di particolare efficacia. Douglas P. smentirà molte delle cose che si diranno qui, anzi se ne fregherà. Soddisfatto della sua vita: né scuse, né rimpianti. Un po’ più misantropo con il passare degli anni.

La morte a giugno provoca sensazioni confliggenti e, sempre in maniera distorta, affiorano alla mente schegge de “L’infanzia di un Capo”, per necessità di “The Triumph of the Will”, luccicanze di “Viaggio al Termine della Notte”, frasi di Drieu De La Rochelle. Un immaginario scivoloso, lo sguardo nell’abisso del cuore nero, Jean Genet, Mishima, con la psicoanalisi a tenerci legati, attraverso anestetizzanti investigazioni sull’es, al buon senso e alla parte giusta. Douglas P. inizia a scrivere canzoni negli anni ’70. Agli albori del punk conosce Tony Wakeford e con lui fonda i Crisis, cicatrice corta e segnante. I Death in June si assestano all’inizio degli anni ’80 come avventizio duo, per un attimo un trio, a bordo anche Patrick Leagas. Il mito si costruisce in cinque album, tra il 1983 ed il 1987, “The Guilty Have No Pride” (1983), “Burial” (1984), “Nada!” (1985), “The World That Summer” (1986), “Brown Book” (1987), nutrendosi di un ambiguità mai del tutto sciolta, che è sempre stata bene a tutti. La musica evolve da una miscela spuria e reattiva di post-punk, industriali, ballate dark e cadenze electro ad una forma più decisamente acustica in cui echeggiano toni d’apocalisse e suadenti morbosità.

Nei locali di tendenza si ballava e cantavaThe Calling, She Said Destroy e C’est Un Rêve con la stessa consapevolezza dei cori famigliari di Gelato al Cioccolato. Arte mortifera dunque? Macché, la si consideri un vaccino dai molti effetti collaterali o uno dei tanti riti esorcistici proposti dalla midcult, con le carenze di sostanza e di forma che le sono proprie e però pure gli stimoli che possono condurre i curiosi ad altre scoperte. Il genere di inquadramento vien detto neo-folk (termine da utilizzare con cautela e l’opportuna “disambiguation”), un ibrido che mescola melodie di archetipico tono cameratesco, malinconie cantate a lacrime asciutte, sovente veri e propri uncini emotivi, striature elettroniche e rumoristiche, non tanto per segnare la contemporaneità o la modernità della musica, bensì per rafforzare il senso detritico e di rovina che culla dentro di sé. E la tromba, sparsa qui e là, inganna e seduce. Tutto è perduto.

I DIJ più di una volta subiranno divieti ed interdizioni, Douglas P. sarà chiamato spesso a spiegare e lo farà sempre in modo sfuggente (e divertito), “peggiorando la situazione”, perché in fondo da spiegare non c’è nulla e se ci sono equivoci questi sono “originali”, appartengono al contesto post-moderno, fatto di pensieri deboli e debolezze arroganti. Il travestitismo militaresco? Una delle tante forme di mascheramento del sistema del rock (il rock non è un genere ma un sistema di mercato, con mainstream e nicchie).

Almeno due i passaggi in Umbria, il più recente l’undici dicembre 2014 a Foligno, al Serendipity. Se questa seconda venuta vede la scena neo-folk oramai secolarizzata, la prima, nella notte di Pasqua del 1985, trasmette tutt’ora una singolare vibrazione “necronomica”, l’effetto farfalla non si placa. Permette di giocare parecchio con le storie di scie sonore che attraversano l’Umbria, lasciando residui nell’animo di qualcuno, contaminando menti e pensieri e modificando la visione del mondo se non la morfologia dei paesaggi umani.

Quella notte fredda di Aprile (era freddo vero? Pasqua bassa, quasi invernale) la vivemmo per interposta persona (e poi, grazie ad una cassetta che riportava i suoni dell’evento, potemmo immaginare qualcosa di più). Ci racconta l’amico Massimiliano Busti, umbro trapiantato nell’Urbe, critico musicale, anche lui organizzatore di eventi trasversali, collaboratore storico di Blow Up e autore di The Hysterical Mystery Tour “,,,ricordo una copia di “Nada!”… sorprendente al primo ascolto. Era il 1985 e l’epopea della new wave pareva chiusa da un pezzo: si cercava qualcosa di nuovo e al tempo loro lo erano, con quel mix di suoni acustici, tamburini da marcia militare e rumoracci post-industrial. Ricordo anche un mio viaggio in Inghilterra in estate con acquisto nel vecchio negozio Rough Trade a Talbot Road di maglietta grigia su cui era stampata la copertina di Burial (che non ho più) e del primo 12” Heaven Street (che invece posseggo ancora). Fra i due eventi, il concerto al Suburbia, inospitale e arcigno come tutti i veri club di quella strana stagione…

Il Suburbia è stato uno stargate verso la rutilante scena post punk ed oltre. Certe sere Ponte San Giovanni si trasformava in un quartiere della migliore Londra alternativa. I DIJ, in formazione a tre (ancora così, vero?), scendevano nel cuore verde d’Italia come la novità del momento, oggetto oscuro ed affascinante, il terzo disco (per quanto si ricorda e secondo le discografie) era in uscita. Le mie memorie della serata sono vaghe… Quello che invece ricordo con certezza è il tentativo del pubblico in prima fila di tirare giù una rete coperta di fogliame che il gruppo aveva issato davanti al palco, attaccandosi a corpo morto alle maglie. Il problema fu che la rete era ancorata alla barra sopra al palco che sorreggeva anche i riflettori, e quindi per un attimo ci fu il pericolo che venisse giù tutto. Fra gli esagitati c’erano vari romani in trasferta del giro Ain Soph, con cui anni dopo ho rimembrato piacevolmente l’evento. A fine concerto, il DJ [probabilmente Fabrizio “Fofo” Croce] aprì la selezione con How Soon Is Now degli Smiths e tutti a casa contenti.

Le canzoni dei Death in June continuano a (in)seguirci, sempre presenti nelle playlist che ci sgraniamo in chiavette usb o micro schede sd, ancora inquietanti nella loro capacità di mostrare le maschere che si nascondono dietro i volti.

La bambina non era soddisfatta della risposta, ma comunque capì come diventare una donna di potere.

Dionisio Capuano

È project designer e manager in ambito formativo e culturale. Collabora con la rivista Blow Up e tenta, senza successo, di mettere ordine nelle sue passioni per le varie forme dell'arte. Oggetto di studio in un recente saggio sulla critica musicale, ha pubblicato più di ottanta recensioni su dischi inesistenti ed è coautore di un album di musica elettroacustica.

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