Mi ha chiesto solamente perché usavo tante brutte parole. Che cosa vuol dire Don Crispin, ho domandato? Bestemmie, volgarità, sconcezze, insulti. Ah, quello, ho detto, be’, deve essere per via del mio carattere.
[Roberto Bolaño – I detective selvaggi]
La polpa della vicenda musicale si consuma in poco più di cinque anni. Tra il 1979 e il 1986. Tutto quello che viene dopo è, in molta parte, questioni d’avvocati, operazioni commerciali, tutt’al più una sincera nostalgia per un passato infuocato, il tentativo di credere ancora a dei valori antagonisti. Che il sistema può davvero essere arrestato. Che il rock n’ roll non muore mai (ma perennemente agonizza…). Illusioni. La temperie d’origine è la stessa dei Tuxedomoon. Una Bay Area ribollente, in uno stato-motore della cultura alternativa statunitense, per dire mondiale.
C’è voglia di fare, suonare, spaccare (come si dice, tristemente, ancora oggi). Trovare dei sodali non è poi così difficile. Elettricità nell’aria. Il modo è sempre quello, mettere un annuncio e aspettare che rispondano le persone giuste. Ci si annusa e si parte. L’abbiamo fatta abbastanza semplice, ma più o meno è stato così. E la band, tra le più impronunciabili, è fondata. Il significante di quel nome, nel fonema e nella grafica, ha un che di aggressivo già di suo. Il carattere “politically uncorrect” del significato non lo percepiamo neanche troppo bene. Dovremmo immaginare un qualche gruppo italiano con il nome di un politico deceduto tragicamente più quella sintetica aggettivazione terminale.
Le fiamme a trentatré giri s’intitolano “Fresh Fruit for Rotting Vegetables” (1980), “Plastic Surgery Disasters” (1982), “Frankenchrist” (1985), “Bedtime for Democracy” (1986)” e ci mettiamo anche l’extended play del 1981 “In God We Trust”. Il nugolo di incendiari era composto da East Bay Ray (Raymond John Pepperell, chitarra), Klaus Flouride (Geoffrey Lyall, basso), D.H. Peligro (Darren Henley, batteria) e Jello Biafra (Eric Reed Boucher) alla voce. È tra quest’ultimo e gli altri che si consuma la controversia giudiziaria. Questione di royalties, diritti d’autore ed uso del nome, con Boucher che rimarrà alquanto scornato.
Mentre confessiamo di non aver sentito nulla della band con il nuovo cantante e non esser stati particolarmente spettinati dalle varie esperienze di Biafra, quella manciata di canzoni, in particolare i primi due album, ancora conservano principi attivi. Una formula hardcore punk evoluta, elasticizzata con inserti d’altro genere, qua e là tastiere e fiati, usati con parsimonia ma efficacia. Ci fa notare qualche orecchio acuto: la band suona, nel fondo, country-western iper-accelerato, rock n’ roll trattato con l’elettroshock. Il mito americano che si deforma ed esplode nel timbro grottesco e potente di Biafra. Le canzoni hanno un carattere innodico, possono essere cantate mentre fai sport (attenzione al respiro), quando corri in auto (non si può fare) o salti come un ossesso in mezzo ad una folla pagana perché hai vinto il campionato (mascherina e distanziamento, e comunque non sta bene).
Nel 1981 tutto sembrava allinearsi favorevolmente con il diritto al voto. La stagione delle possibilità, eccitante nel suo percepito fallimento, (che era solo sfumatura della sfida al mondo), trovava una variegata colonna sonora. Eravamo ubriachi di musica coetanea. Un florilegio di suoni discordanti che ricostruivano il mosaico del nostro “tutto ed ora”. C’era Radio Perugia 1, come Radio Londra ai tempi della guerra, e quello stargate verso il domani, il Suburbia, dove anche se non ci si andava spesso, era importante che ci fosse.
Il nove ottobre Ellera apparve come un sobborgo metropolitano di Frisco. Il Quasar, strappato alla musica “commerciale”, una prima battaglia vinta della guerra contro l’arte consumistica. Si stava facendo la storia e noi c’eravamo. Con i Dead Kennedys eravamo in prima linea. In verità un po’ arretrati. Davanti, sotto il palco, la vera fanteria pogante che sputava al ritmo-mitragliatrice del quartetto. Noi un po’ dietro, un po’ ipocriti, ad elucubrare il sistema intellettuale di tutta quell’energia. “Holiday in Cambodia” fu un’onda di napalm corroborante che sembrava dovesse trasformarci tutti in supereroi punk.
Uscimmo sudati e vivi, ma intorno la provincia era ben salda nella sua impassibile indifferenza. Nei giorni a seguire iniziammo a leggere Debord e ci parve di capire qualcosa che non ci piaceva troppo. Iniziava l’altra stagione, quella del riflusso, e ci accorgemmo che il punk non solo era finito ma se ne stava sgretolando, retroattivamente, il significato. Poi arrivò qualche illuminazione per ritrovare il dis/senso delle cose. “Punk purché free” era il titolo d’un articolo di Luca Majer su Musica80. Altre erano le direzioni da seguire, consapevoli (dobbiamo ripetercelo sempre) che non bisognava confondere la musica-dito con la luna-vita.
L’anno prossimo vincerò l’Eurovision.