23 Maggio 2022

David Byrne

Dionisio Capuano
David Byrne

Tutti cercano di raggiungere il bar / Il nome del bar, il bar si chiama Cielo (Heaven – Talking Heads)

È tra i titoli più belli della storia della discografia e per titolo s’intende proprio il “nome” del disco, l’indicazione essenziale che serve a individuare o definire un’opera d’arte, una pubblicazione, ecc. Era il tempo in cui non si poteva che maneggiare con trepidazione quasi erotica il vinile (lo diciamo da convinti sostenitori del cd). Tra le mani un oggetto magico, fin dal quella specie di comando esoterico: “Remain in Light” (1980), il vertice della carriera dei Talking Head, album di epifanie e apocalissi.

Giunta al quarto lavoro, la band di David Byrne, Tina WeymouthJerry HarrisonChris Frantz era in crescita esponenziale. Dopo i già eccellenti “77” e “More Songs About Food and Buildings” aveva stupito con “Fear of Music” (1979), parabola espressiva che riesce a legare ballate meta-country come Heaven con il dadaismo tribale di I Zimbra.

Ma la musica doveva sorprendere ancora di più con un’altra vertiginosa impennata. Come quando sulle montagne russe si crede di essere già arrivati al climax cinetico e poi si viene lanciati dalla forza cinetica nell’iperspazio. Giunti alla terza traccia, The Great Curve, l’esperienza che si fa è proprio quella dell’accelerazione lungo un’ampia curva parabolica di poliritmie, intrecci vocali e armonie dai fantasmagorici colori di soul fantascientifico. Ci si ritrova al centro del cosmo. 

I Talking Head s’erano inventati una forma-canzone ibrida, innestando nella struttura popular tutta una serie di variazioni di mood, piccole nevrosi ritmiche, astrazioni melodiche, coloriture satiriche con l’inflessione vocale di Byrne ad esaltare il range espressivo. Ma quando si gira il vinile di “Remain in Light” e si procede nell’ascolto lo scenario ultimo che va a delinearsi è da dopo-bomba. Si chiude con una specie di ode post-nucleare, The Overload in cui appare un desolato deserto siderale. Arrivato così lontano, Byrne condivide con Brian Eno (produttore sia di “Fear of Music” che “Remain in Light”) le sue attitudini più ardite e ne scaturisce “My Life in the Bush of Ghosts” (1981), perfetta sintesi di multietnicità e tecnologia, ibrido senza seguito né credibili imitazioni.

Quasi come svegliandosi da un sonno, oramai sul confine dell’allucinazione, i Talking Heads tornano indietro all’art-funk post-moderno e solare, al melange da FM per allegre scampagnate, tutto sempre con un gusto sopraffino. Incidono una serie di dischi, “Speaking in Tongues” (1983), “Little Creatures” (1985), “True Stories” (1986), “Naked” (1988) che pur segnando una parabola discendente, li consacrano tra i grandi gruppi di fine secolo.

Il percorso si conclude all’avvicinarsi dei ’90, qualcosa si spegne e c’è bisogno di nuovi stimoli. In un modo o nell’altro si erano avviati cammini paralleli. Ad esempio Tom Tom Club di Tina e Chris esordiscono già nel 1980. Wordy Rappinghood fa fuochi (di paglia) d’artificio ovunque.

Ma la continuità appartiene di Byrne, la cui verve globalista spinge una carriera che tra alti e bassi, proprio negli ultimi anni, ha ritrovato slancio creativo. Se “Love the Giant” con St.Vincent ci accorgiamo essere del 2012 (dieci anni fa..), “American Utopia” è del 2018, ossia l’altro ieri, considerando che il periodo di pandemia e lockdown ha ristretto il senso e la percezione del tempo.

Una bella sera calda dell’altro ieri dunque, 20 luglio 2018. L’utopia è sul palco del Santa Giuliana, ha le facce di una marching band d’una dozzina di musicisti, tutti in giacca celeste-grigio-ghiaccio. Un argenteo, vivacissimo Byrne a fare il maestro di cerimonie. Allestimento d’una semplicità “stilosa” eppure piena di invenzioni. La tecnologia wireless consente ai musicisti di muoversi sul palco in totale libertà, suonando, cantando, ballando, secondo una coreografia chiaramente studiata ma con ampi margini d’improvvisazione e libertà espressiva. Una festa totale. La musica è bella, bellezza che non si sa se salverà il mondo ma che fa stare bene per un paio d’ore. Le canzoni di “American Utopia” sono fresca spuma pop e art-funk transglobale. Quelle del repertorio Talking Heads ‘70 dei “qui e ora” inossidabili (I Zimbra). Gioiosi fiori mai appassiti i brani della seconda stagione (Slippery People, This Must Be The Place, Burning Down the House). E si sta bene immersi nella luce afro-urbana di Once in a Lifetime e Born Under Punches. Con sapiente gestione delle aspettative del pubblico, che si lascia andare all’io bambino danzante, pur tra le improvvide sedie di plastica, The Great Curve arriva  come bis. Vissuta fisicamente dal vivo resta tatuata in qualche sinapsi dell’io primordiale. Non se ne va più.

Il mondo si muove e rimbalza e salta / Un mondo di luce che sta per aprire i nostri occhi (Talking Heads – The Great Curve)

Dionisio Capuano

È project designer e manager in ambito formativo e culturale. Collabora con la rivista Blow Up e tenta, senza successo, di mettere ordine nelle sue passioni per le varie forme dell'arte. Oggetto di studio in un recente saggio sulla critica musicale, ha pubblicato più di ottanta recensioni su dischi inesistenti ed è coautore di un album di musica elettroacustica.

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