‘Una storia di fantasmi che vede protagonista Dante Alighieri ai nostri giorni. Da seicentonovantanove anni, per una sola notte, il Padre eterno lo fa scendere dal Paradiso a Firenze per scontare il suo amore eccessivo per la poesia e per la bellezza terrena. Lo abbiamo incontrato, ecco quello che ci ha detto: “Beatrice l’ho incontrata la prima volta alla fine del mio nono anno di vita. Lei, nel suo nono anno, ci era appena entrata. Era vestita di rosso, più bella di qualunque cosa bella avessi visto… un sole all’alba, una rosa appena sbocciata, un rubino incastonato in un anello d’oro. In me, ha parlato allora tremando lo spirito della vita, e ho capito che una forza sovrumana mi stava sopraffacendo, che prendeva signoria su di me, allora e per sempre.
L’ho rivista nove anni dopo. All’ora nona. Hai capito, lo sai. Il 9 era il numero di Beatrice, 3 volte 3 il numero del Signore dell’Universo. E lei era più di una ragazza bella e dai modi molto gentili, molto di più. Veniva per la via tra amiche di età maggiore della sua, aveva un abito bianchissimo, ci siamo incontrati ed è successo quello che avevo follemente desiderato, ma mai osato sperare: mi ha rivolto il saluto. E in quel saluto ho sentito tutta la beatitudine del mondo avvolgermi e cullarmi. Stravolto, sono tornato a casa e caduto nel sonno. E subito mi è venuta in sogno una nuvola di fuoco, e dentro di lei ha preso man mano forma un Signore dall’aspetto che incuteva paura a guardarlo, ma che in sé mostrava i segni di una strana letizia. L’ho riconosciuto. Era Amore. Veniva a declamare definitivamente i suoi diritti su di me. Ego dominus tuus. Io sono il tuo Signore. Tu devi adorare me, soltanto me. Questo ha detto, e io non avevo né il coraggio né la possibiltà di rispondere… E così la mia sacra devozione a Beatrice, io ero già un Fedele d’Amore, accolto da Guido Cavalcanti, primo tra i miei amici, da Lapo Gianni, Cino da Pistoia nella loro cerchia… Beatrice era più di una giovane donna per me, era quella cui Amore aveva dato il mio cuore come si dà un’ostia consacrata nella comunione, il suo saluto era ben più di un cenno con la mano, come fate oggi, ‘ciao…’, come ditte voi? ‘Ai, ellò…’ Era una chiamata a puntare verso il cielo, una via per la beatitudine. Era una promessa di vera felicità eterna” (G.Conte). Sì, ancora oggi, quando siamo innamorati ci sentiamo spinti verso l’alto, migliori, fluttuanti quasi come angeli, e davvero l ‘Amore è una promessa di felicità a cui non sappiamo resistere.
Ne li occhi porta la donna Amore,
per che si fa gentil ciò ch’ella mira;
ov’ella passa, ogn’om ver lei si gira,
e cui saluta fa tremar lo core,
si che, bassando il viso, tutto smore,
e ogni suo difetto allor sospira:
fugge dinanzi a lei superbia ed ira.
Aiutatemi, donne, farle onore.
Ogni dolcezza, ogne pensero umile
nasce nel core a chi parlar la sente,
ond’è laudato chi prima la vide.
non si po’ dicer né tenere a mente,
sì è novo miracolo e gentile.
II
Donne ch’avete intelletto d’amore,
i’ vo’ con voi de la mia donna dire,
non perch’io creda sua laude finire,
ma ragionar per isfogar la mente.
Io dico che pensando il suo valore,
Amor sì dolce mi si fa sentire,
che s’io allora non perdessi ardire,
farei parlando innamorar la gente.
E io non vò parlar si altamente,
ch’io divenisse per temenza vile;
ma tratterò del suo stato gentile
a respetto di lei leggermente,
donne e donzelle amorose, con vui,
chè non è cosa da parlarne altrui.
III
Dice di lei Amor: “Cosa mortale
Come esser po’ si adorna e sì pura?”
Poi la reguarda, e fra se stesso giur
Che Dio ne’ intenda di far cosa nova.
Color di perle ha quasi, in forma quale
Convene a donna aver, non for misura:
ella è quanto de ben po’ far natura;
per esemplo di lei bieltà si prova.
De li occhi suoi, come ch’ella li mova,
escono spirti d’amore infiammati,
che feron li occhi a qual che allor la guati,
e passan sì che’l cor ciascun retrova:
voi le vedete Amor pinto nel viso,
là ‘ve non pote alcun mirarla fiso.
Ora una poesia del suo amico,
Guido cavalcanti
Voi che per li occhi mi passaste ‘l core
e destaste la mente che dormia,
guardate a l’angosciosa vita mia,
che sospirando la distrugge Amore.
È tagliando di sì gran valore
chè deboletti spiriti van via:
riman figura sol en segnoria
e voce alquanta, che parla dolore.
Questa vertù d’amor che m’ha disfatto
Da vostr’occhi gentil presta si mosse:
un dardo mi gittò dentro dal fianco.
Si giunse ritto ‘l colpo al primo tratto,
che l’anima tramando si riscosse
veggendo morto ‘l cor nel lato manco.
Grazie Dante,
ti leggiamo nel XXI secolo, a settecento anni da quando la tua anima è volata davanti al Signore dell’Universo, ti leggeranno finchè durerà la specie umana. E tu continuerai a parlare alle anime, a mostrare che tutto si risolve nel viaggio arduo che va dall’oscurità alla luce, nell’amare, nell’azione di amare, forma di energia che neppure il vento e il sole ne posseggono una più forte. Dall’oscurità si può uscire. La morte non vince. Il Paradiso non è perduto. E la Poesia, questa ragazza eretica, sfrontata, innamorata, dall’inferno certo delle nostre esistenze ce ne lascia intravedere uno spiraglio, un tenue raggio dorato. (G.Conte)