18 Gennaio 2021

Daniel Blumberg

Dionisio Capuano
Daniel Blumberg

Uno sarà preso e l’altro lasciato.

Tutto sembra semplice e risolto mentre si ascolta Forget degli Oupa, nome che nasconde Saul e Daniel Blumberg. Il disco, del 2011, potremmo definirlo, frettolosamente, indie rock malinconico e starebbe bene pure nella colonna sonora di “A Ghost Story”. Daniel s’inventa un altro progetto, Hebronix, e tira fuori un dream pop pieno di colori lievemente psichedelici, con la produzione di Neil Hagarty dei Royal Trux. Tutte cose buone, con la giusta dose di zucchero, un po’ di elettricità fuzz, che fa nella musica effetto idrolitina, e un discreto grado di originalità. Poi, se uno segue le tracce in rete, scopre le frequentazioni con luoghi e persone dell’area jazz&creatività. O anche The Blumbergs, carole rumoriste per bambini agitati, condite di allegre nevrosi domestiche.

Il caso esplode con “Minus” (2018), la sua serietà trova conferma con “On&On” (2020). Scrittura intensa, la bellezza pericolante delle case abbandonate. Tutte le ascendenze e discendenze musicali, che pure sono riconoscibili, (la canzone americana da Dylan al post-rock, matrici folk e genomi blues), vengono sgretolate in una forma che riesce a distendere la melodia mentre il mondo si frantuma. Anzi, l’accartocciarsi degli arrangiamenti, il lavorio di demolizione perpetrato intorno, esaltano la purezza espressiva che, a dispetto di tutto e tutti, costituisce la vera sostanza di questi pentagrammi terremotati. La fragilità psichica del musicista dà forza attrattiva ad una musica neurodiversa e ne rafforza i processi di moltiplicazione centrifuga. On&On, la canzone, è diventata un altro album, piccolo cosmo che si espande irregolarmente, dove brillano quattordici asteroidi-covers. Prospettive di fuga schizofreniche: dalla rilettura country pastorale di Josephine Foster, alla scontrosa elegia per chitarra di David Grubbs, al fluxus etno-giapponese di O Yama O.

Quando l’abbiamo sentito e visto a Foligno nel novembre del 2018, allo Spazio Zut!, c’è sembrato il perfetto narratore senza tempo dei nostri tempi, al di là di qualsiasi intenzione programmatica. Apparentemente distante, come se fosse da un’altra parte (ed invero lo è), sbriciolava al pianoforte l’immagine consolatoria della musica che poco a che vedere con i suoi reali poteri. Era accompagnato dal violino di Bill Steiger, complice nel trasformare le canzoni in tableaux di improvvisazione espressionista. Quella sera il refrain di Minus tornava, tra necessità ed ossessione, a tirare le fila, ricucendo il discorso di frammenti amorosi.

Non c’era un perché, solo sapore di calcinaccio in bocca. Ma l’aria era fresca.

Dionisio Capuano

È project designer e manager in ambito formativo e culturale. Collabora con la rivista Blow Up e tenta, senza successo, di mettere ordine nelle sue passioni per le varie forme dell'arte. Oggetto di studio in un recente saggio sulla critica musicale, ha pubblicato più di ottanta recensioni su dischi inesistenti ed è coautore di un album di musica elettroacustica.

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