13 Giugno 2022

Cristina Zavalloni, Manuel Magrini

Dionisio Capuano
Cristina Zavalloni, Manuel Magrini

La profondità va nascosta. Dove? Alla superficie [Hugo Von Hofmannsthal]

Ascolta, si fa estate. Il cuore verde d’Italia prende a ritmare di mille tempi, risuona della ripartenza. Si stria di tanti passaggi sonori che non gli stai dietro, ogni zolla di terra ha il suo palco e una polifonia cicaleccia si eleva mescolando classica e jazz, trap e liscio, santi sentimenti e ipotesi di trasgressione. Già è lunga la lista di chi c’è sfilato via dall’agenda, ora per vuoto di memoria (rimpianto rimarrà, ancora per un po’, la Kee Avil al Frontone) ora perché l’arte ci chiamava altrove tenendoci lontano dalla densa Dancity di Villa Fabri con la ciliegina del Moritz Von Oswad Trio. Poi, appena la settimana scorsa, vedendo in cartellone Cristina Zavalloni e Manuel Magrini al Teatro degli Instabili, il piacere della socialità unita ai richiami di Apollo, Euterpe e Clio, ci ha fatto muovere.

D’altra parte, come dice Cioran (forse lo stiamo ridicendo) tutto si riduce a desiderio o assenza di desiderio. Il resto è sfumatura. Ed è sempre la libido profonda, essenziale, che ci lega alla musica (di più, all’esperienza del suono) che sovrasta e fagocita ogni ragione etica e politica.

Da quell’elemento energetico essenziale, ovviamente rivestito del vissuto e della storia personale, pensiamo scaturisca l’itinerare sull’amore del “Two x Two” Festival ideato e curato da Francesca Tuscano, che ha preso avvio proprio con il concerto della cantante bolognese e del pianista di Cannara.

Due entità in cui – ci pare – l’esperienza dell’arte e la dimensione umana, senza confondersi, congiurano creativamente, magnificamente. E quanto abbiamo letto e ascoltato, qui e là, i frammenti di musiche ed immagini, i dischi recuperati sotto le montagnole prodotte da una dispendiosa e bulimica discofilia, s’è appalesato domenica scorsa mentre venivano sgranate canzoni di Nino Rota, briciole di Pollicino in quell’eterno viaggio verso l’eterno che si fa ascoltando la musica (e guardando i musicisti suonare).

Animale da palcoscenico Cristina Zavalloni. Un soprano che gioca con la voce, l’aplomb di Cathy Berberian, esplorando un repertorio che va dalle rivisitazioni dello Zecchino d’Oro (folk songs all’ennesima potenza, l’infinitamente “del” piccolo) al barocco, il jazz, il Brasile, Rossini, fino ad incarnare la contemporaneità e quel che c’è oltre l’orizzonte, ad esempio Louis Andriessen. Capace di sussumere tutta questa vitalissima contraddizione in canzoni luminose e dure come il diamante, non interpretandole ma appropriandosene.  

Manuel Magrini ci emoziona profondamente. Che sembra una frase da messa in corner. C’è una trasparente complessità armonica nel suo fare (scrivere, interpretare) musica che, da quest’altra parte dello specchio, all’ascolto, diventa ricostruzione della memoria. Addirittura, per la parte di inaspettato che offre (quando la melodia svicola dal sentiero, la visione improvvisativa), si fa investigazione del mistero dell’esistenza, riflesso nella suspence della composizione istantanea.

Gli esseri instabili vibrano alle tensioni del mondo e possono trasmutarle in bellezza, senza contaminarne l’identità. Su di un piccolo-immenso palcoscenico, luogo di (r)esistenza, un pianista, apparentemente defilato ma in realtà grand’architetto orchestrante dello spartito ed una cantante dall’esuberante potenza virtuosistica, celata da una non banale leggerezza, hanno “giocato” a questa alchimia. Recital in crescendo. Tra immagini di Fellini, Visconti e Wertmüller, vezzosi aneddoti sulla Pappa col Pomodoro (riportandoci all’infanzia mitologica della televisione) e qualche foglio delle creatività individuali, le note si sono colorate pure di sfumature espressioniste. L’atmosfera è rimasta rilassatamente briosa, fresca come la serata. La musica, vento leggero, ha increspato la superficie dell’anima ed è scesa pure giù sotto, tenendo per un po’ a bada le creature dell’abisso. Cosa non da poco.

Il pubblico scambia facilmente colui che pesca nel torbido con colui che attinge dal profondo [Friedrich Nietzsche]

Dionisio Capuano

È project designer e manager in ambito formativo e culturale. Collabora con la rivista Blow Up e tenta, senza successo, di mettere ordine nelle sue passioni per le varie forme dell'arte. Oggetto di studio in un recente saggio sulla critica musicale, ha pubblicato più di ottanta recensioni su dischi inesistenti ed è coautore di un album di musica elettroacustica.

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