18 Marzo 2021

Cosa (non) sappiamo della musica profana al tempo di Dante (1265-1321)

Sara Maria Fantini
Cosa (non) sappiamo della musica profana al tempo di Dante (1265-1321)

Su Dante è stato scritto e detto di tutto: è il poeta più studiato, celebrato, analizzato e sezionato della storia della letteratura, ogni aspetto della sua vita e della sua opera è stato – e continua a essere – oggetto di indagine. Un tema ricorrente in ambito scientifico e divulgativo è quello della ‘musica al tempo di Dante’: molti ricorderanno senz’altro il canto di Casella, descritto nel Purgatorio, e i molteplici riferimenti all’armonia delle voci dei beati nel Paradiso, ma anche i trattati dell’esule fiorentino (su tutti il De vulgari eloquentia) trasmettono informazioni preziose sulla teoria musicale e sul rapporto tra musica e poesia.

Dante conobbe diversi musicisti, forse praticò in prima persona l’arte dei suoni. Così scrive Boccaccio nel suo Trattatello:

«Sommamente si dilettò in suoni e in canti nella sua giovanezza, e a ciascuno che a que’ tempi era ottimo cantatore o sonatore fu amico e ebbe sua usanza; e assai cose da questo diletto tirato compose, le quali di piacevole e maestrevole nota a questi cotali facea rivestire».

(G. Boccaccio, Trattatello in Laude di Dante, a c. di Pier Giorgio Ricci, Alpignano, Tallone, 1969, p. 52)

La domanda sorge spontanea: come ‘suonavano’ le poesie intonate da Dante e dai suoi amici cantori? Cosa sappiamo della musica che circolava negli ambienti colti dei Comuni italiani, sul finire del Duecento?
Al netto della musica liturgica e del repertorio laudistico, quasi nulla. Il più antico manoscritto italiano contenente poesia profana intonata (il Codice Rossi 215 della Biblioteca Vaticana) risale, infatti, all’ultimo quarto del Trecento, e il repertorio che trasmette è stato composto intorno alla metà dello stesso secolo: esso è testimone di una stagione artistica – la cosiddetta Ars Nova – caratterizzata, come suggerisce il nome, da notevoli innovazioni sotto il profilo della notazione musicale. Prima del Codice Rossi il buio è pressoché totale, a tal punto da spingere eminenti filologi del secolo scorso (in primis Aurelio Roncaglia) a formulare l’ipotesi del ‘divorzio’ tra musica e poesia, in Italia, mentre il resto d’Europa viveva la florida stagione del canto trobadorico nelle sue diverse declinazioni storico-geografiche. La teoria scaturisce dall’assenza di fonti italiane comparabili ai grandi canzonieri occitani e francesi; tuttavia, una prima obiezione potrebbe nascere dal confronto con i repertori musicali provenienti da territori prossimi al Regno di Sicilia (culla della poesia in volgare di sì, ereditata da Dante e i suoi contemporanei), ovvero dal bacino del Mediterraneo: nessuno di essi (per quanto fiorenti e complessi, come testimonia, ad esempio, la trattatistica araba) conosce registrazione scritta nell’arco del medioevo, se si esclude la notazione neumatica bizantina – comunque ristretta al repertorio liturgico -, e non vi è ragione di credere che il Regno di Sicilia dovesse costituire un’eccezione in questo senso.Non a caso, le prime (e finora uniche) attestazioni di componimenti secolari intonati vengono dall’Italia settentrionale; si tratta di annotazioni ad uso personale, ovvero prive di un chiaro intento conservativo, costituite da testi provvisti di notazione neumatica (due liriche di argomento amoroso: Quando eu stava in le tu’ cathene e Oi bella, bella, bella madona), trascritti rispettivamente sul retro dell’atto di vendita di una casa e su un frammento pergamenaceo di origine emiliana: proprio la scoperta di questi due preziosi documenti (la cosidetta Carta ravennate, nel 1997, e il Frammento piacentino, nel 2005) ha messo in crisi la teoria del ‘divorzio’. Neppure queste testimonianze, tuttavia, contribuiscono a risolvere il mistero della musica secolare al tempo di Dante, poiché risalgono ad un periodo compreso tra l’ultimo ventennio del XII secolo e i primi dieci anni del XIII.
In definitiva, siamo di fronte a poco meno di due secoli di silenzio documentario: nel mezzo del cammin, più o meno, si colloca la vita di Dante. In attesa della provvidenziale scoperta di qualche frammento musicale celato tra i fogli di guardia di un registro notarile o nella legatura di un incunabolo, i possibili percorsi di ricerca per chiunque voglia farsi un’idea della musica praticata da Dante e Casella sono molteplici: dallo studio comparato della coeva poesia devozionale intonata (si pensi, ad esempio, al laudario di Cortona) all’analisi degli elementi comuni ai repertori francese e galego-portoghese del tardo Duecento. In definitiva, restano le parole di Dante: superato l’ostacolo della scrittura trattatistica – non proprio immediata e a tratti contraddittoria – emerge la passione del poeta per ogni forma d’arte e di conoscenza, e la sua volontà di sistematizzare e indagare a fondo la più sfuggente tra tutte, la musica.

Per approfondire:
Lannutti, M. Sofia, Locanto, Massimiliano, edd., Tracce di una tradizione sommersa. I primi testi lirici italiani tra poesia e musica. Atti del Seminario di studi (Cremona, 19 e 20 febbraio 2004), Firenze, Edizioni del Galluzzo, 2005.

Pirrotta, Nino, Dante musicus: goticismo, scolasticismo e musica, in Musica tra Medioevo e Rinascimento, Torino, Einaudi, 1984, pp. 20-36.

Schurr, Claudia E., Dante e la musica. Dimensione, contenuto e finalità del messaggio musicale nella «Divina commedia», Perugia, Centro di Studi Musicali in Umbria, 1994.

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