A Berlino, non penso mai / Sì si può vivere / Non sogno mai [ A Berlino va bene – Garbo]
…e in testa si sta disegnando un percorso, che da Agadez va a Berlino, attraversando l’Umbria. Nell’intrico dei passaggi sonori, Mdou Moctar e Fennesz, in qualche maniera che non si riesce a spiegare, si connettono. Due punti di riferimento di quest’estate. Giusto che, a pensarci neanche troppo, le nostre geografie non sono fatte di deserti, montagne e città, ma di persone. Che si muovono. A volte su piani differenti. Comunicano, in alcuni casi come i personaggi dei Vangeli di Ossirinco, per coincidenze dialogiche, ma è la dimensione umana. Resta la circolazione creativa e gli effetti tutt’altro che collaterali di carovane di musicanti di nuovo in moto.
Chissà come sono le stanze dell’Hotel Paral.el (ce n’è uno, a Barcellona). Hanno finestre che guardano al metaverso? Le colazioni sono servite da androidi così evoluti che si sbagliano pure nel prepararvi il caffè? Il disco d’esordio del 1997 di Christian Fennesz è un valico estetico, ibrido di chitarra e suono digitale realizzato appena prima che il pensiero debole del glitch “diventasse norma”. Frammenti di melodie rizomatiche, scosse neurali che scintillano ricordi di un’altra vita futura. Una musica fatta di interruzioni ed interferenze. Poi verrà la sperimentazione pragmatica, quella che dà sempre un esito minimo garantito. La musica diventa… non prevedibile, no, ma un déjà entendu. E chi dice che sia così male? L'”Endless Summer”, che non finirà mai di illanguidirci, il pointillismo di “Venice”, il desiderio d’assoluto di “Agorà” valgono ben più di un ascolto.
Nel corso degli anni tante altre alchimie collaborative, là davvero ci si è addentrati in territori rischiosi: improvvisazione, telepatia e idioletti, come gli arcipelaghi di “Wrapped Islands“, insieme ai Polwechsel. Ci sono le avventure con Jim O’Rourke, Sakamoto e David Sylvian. Certo, si dimenticava (non è vero) Transit, che sta sul crinale della disgregazione, una meraviglia di canzone solarizzata. Così, di suono in suono, ci sovviene pure lo struggimento dell’incontro con Sparklehorse. Passaggi sonori, appunto.
Nel benemerito programma di “Tessere“, che vede come luogo deputato agli eventi la Galleria Nazionale dell’Umbria e che intende socializzarne il nuovo allestimento, si è aperta una finestra spazio-temporale mitteleuropea. Fennesz ha proposto, martedì 13 scorso, la sua storica sonorizzazione di “Berlino – Sinfonia di una grande città” di Walter Ruttmann, documentario del 1927 che racconta una giornata nel topos-mito della cultura occidentale, con un taglio narrativo sostanzialmente naturalistico, giusto attraversato da qualche sguardo espressionista e un che di entomologico sugli umani.
Ruttmann ci potrebbe portare pure a Terni, dove girò l’unica sua fiction, “Acciaio” (1933), su un soggetto di Luigi Pirandello. Storia complessa ed interessante quella del film, che molto recentemente è stato “trattato” e sonorizzato in una versione meta-techno da Carlo Fatigoni. L’abbiamo vista in tempi non sospetti, nel 2018, nell’ambito della rassegna “Beyond1910” a Palazzo Mazzolari Mosca, sede, curiosa la coincidenza, dei Musei Civici di Pesaro. E non sarebbe male rivederla da queste parti, fuori o dentro un Museo è nuance.
Con laptop, consolle e – meno male – chitarra (più corpo e spessore al flusso), il musicista viennese ha accompagnato, alimentato, il senso di malinconico disagio che prende, come una specie di saudade, alla visione di esseri immersi in un quotidiano anodino, ignari – come il regista – della tragedia epocale che sta per travolgerli. Ci si è ricordati, come gli scampati, dell’interrogativo retorico di Jurgën Habermas in “Per un’idea razionale di Patria” (…e la causalità di una salvezza immeritata non determina una responsabilità intersoggettiva…) L’altra sera quella responsabilità è riapparsa, meta-storica, transnazionale. In più, un brivido, fatto di stratificazioni armoniche e memorie disturbanti, è riverberato sul presente, conformandola come un monito. Qui ci si ferma.
Anche Fennesz si è fermato, interrompendo il set all’inizio, se non si erra, della quinta parte del documentario. Una scelta che, al di là delle effettive motivazioni, è stata efficace. Quasi politica. Senz’altro, sia pure involontariamente, etica. Consegnava un “non finito” impegnando, in qualche modo, se non all’azione a riflettere su cos’è, (di) chi è la storia.
A Berlino che giorno è? A Berlino che giorno è?