03 Gennaio 2022

Cecil Taylor

Dionisio Capuano
Cecil Taylor

“Ogni giorno ripetetevi: Io non sarò mai più così giovane come oggi” [Roland Topor]

Un altro anno se n’è andato. Come dice il saggio, “non contare gli anni, falli contare”. Che, di sguincio, dà la misura dell’importanza del tempo. Si sta vagheggiando già l’estate e le estati mai completamente possedute, ad esempio quella del 1975, quando suonò Cecil Taylor insieme a Jimmy Lyons e Andrew Cyrille ad Umbria Jazz. Era l’anno di Sabato Pomeriggio, L’Importante è Finire, Piange il Telefono, Yuppi Du. Cercavamo di sintonizzarci anche su altre frequenze, ma non si arrivava più in là dei Goblin di Profondo Rosso. Non si immaginava, nessuno ci aiutava a farlo, che si potesse osare tanto e generare una tal quantità di energia.

Nato nel ’29, famiglia della middle class nera, avviato dalla madre alla musica, Taylor era destinato a rivoluzionare l’approccio al pianoforte, fin dalle strutture del post-bob, usando la bifronte libertà espressiva che il jazz concede, tradizione-radice e ramificante trasgressione. Nella seconda metà degli anni ’50 inizia il processo di scardinamento armonico e melodico. Avviene dall’interno, un’energia  s’insinua nella sintassi aprendo varchi all’improvvisazione; avrà cangianti sembianze, talvolta afro-americane, altre volte quelle di Bartok e Stockhausen, spesso indistinguibili. Looking Ahead! (1959), un titolo un programma, vive di tutta questa tensione, ci sono ancora groove e swing, ma le mani del pianista ne evertono la configurazione, li contaminano di frenesia quasi dadaista, altri dicono costruttivista. Taylor non si ascolta, si insegue. Anzi, con lui l’ascolto diventa un’esperienza simile al canyoning.

I ’60 sono gli anni della maturazione artistica. Si definisce lo stile pianistico, energico e percussivo, dissonante eppure attrattivo e così pure un nuovo modo di costruire la dinamica dell’ensemble. È stato definito il più atletico dei pianisti. È la stagione di album che sono dei veri e propri giri di boa nell’estetica del suono. Lo sguardo in avanti si è tradotto in prassi funambolesca. Dal trampolino degli stilemi jazz la musica è lanciata verso gli orridi della composizione istantanea, sempre ripresa per i capelli prima dello schianto. Tra furia e lirismo, “Unit Structures” (1966) resta luogo di ardite discese e risalite.

Uno pensa: ci si può fermare qua. Ma poi viene il tempo dei solo, spazio in cui Taylor diventa paesaggio che ti esplora. La musica entra dentro. È viva perché, molto spesso, nata dalla viviscente atmosfera del concerto. Sembra quasi assorbire gli umori del pubblico, che trattiene il fiato. “Silent Tongues” (1974) fluisce di poesia e cross-fit. Le composizioni si intitolano Abyss – Petals & Filaments. La gente, alla fine, respira e si sente fuoriuscire l’entusiasmo, nel senso etimologico del termine.

Cecil Taylor all’inizio degli ottanta è oramai un culto (al quale sembrano essersi convertiti anche parte dei suoi detrattori). Resta comunque instancabilmente curioso, lo sarà fino alla fine dei suoi giorni. Le sue frequentazioni con musicisti dell’improvvisazione europea si infittiscono ed il suono prende i colori più torvi delle avanguardie del vecchio continente. Ma oramai le carte sono mescolate ed i generi di per loro diventano mera materia compositiva. Pescando alla cieca dal sacchetto della tombola viene fuori “Almeda” (1996) e “The Owner of the River Bank” (2000) insieme all’Italian Istabile Orchestra. Siamo giunti nel terzo millennio.

Luglio 2009, occhieggiando al programma di Umbria Jazz l’attenzione cadde su più d’una proposta. C’erano Dave Douglas, McCoy Tyner, il botto finale con B.B. King. Ma soprattutto The AACM Great Black Music Ensemble e, per l’appunto, Cecil Taylor, in solo al Morlacchi, di venerdì diciassette. Lo si trovò – ognun lo può sentire e vedere  – rilassatamente brillante, non torrenziale come in passato (cos’è il passato?), come in “For Olim”, ma sempre di schietta e dinamica verve. Invero, (il ricordo di) quell’ora di pianoforte, tra cellule melodiche, improvvisi ruscellamenti, riccioli atonali, accelerazioni, accenni di carezze quasi blues, nuances straviskiane, non riporta indietro, a languire per il passato. Mette fame per ciò che sarà, consapevoli dei rischi. Un altro anno è arrivato.

Ebbene, non so cosa sia il jazz. E quello che la maggior parte della gente considera jazz, non so proprio cosa sia. [Cecil Taylor – intervista di Chris Funkhouser, 3 settembre 1994]

Dionisio Capuano

È project designer e manager in ambito formativo e culturale. Collabora con la rivista Blow Up e tenta, senza successo, di mettere ordine nelle sue passioni per le varie forme dell'arte. Oggetto di studio in un recente saggio sulla critica musicale, ha pubblicato più di ottanta recensioni su dischi inesistenti ed è coautore di un album di musica elettroacustica.

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