Re Alfonso decimo è una figura centrale della complessa storia medievale della penisola iberica. Sovrano dei regni di Castiglia, León, Galizia, Toledo, Badajoz, Cordoba, Murcia, Jaén e Siviglia, fu valoroso condottiero nelle campagne militari della Reconquista del XIII secolo ma le cronache anche di poco posteriori alla sua morte, avvenuta nel 1284, gli attribuiscono l’appellativo “El Sabio”, “il saggio”, per il suo impegno mecenatistico nella promozione di arti e scienze: la corte di Toledo sotto il suo regno diventa uno dei principali nuclei di produzione culturale dell’Europa medievale, attraendo le eminenze della cristianità, dell’ebraismo e del mondo arabo che aveva preservato e commentato il sapere della Grecia classica.
La produzione culturale della corte di Toledo comprende opere di astronomia (ad Alfonso è intitolato un cratere lunare!), di scienze naturali, di diritto civile e canonico, fino ai trattati sui giochi da tavolo ma uno dei suoi più importanti contributi è di natura musicale: al Re Saggio è tradizionalmente attribuita la paternità delle circa quattrocento Cantigas De Santa Maria, uno dei repertori più amati e frequentati dalla moderna riscoperta della musica medievale. Sul ruolo del sovrano nella stesura di questo impressionante corpus musicale si è molto discusso e l’indagine musicologica converge, ragionevolmente, nell’attribuirgli la funzione di promotore, più che di compositore, almeno della larga parte del repertorio. Rimane tuttavia importante rilevare che i quattro codici in cui le Cantigas ci sono pervenute sono tutti coevi del regno di Alfonso e presumibilmente redatti alla sua corte. Le Cantigas sono un repertorio eterogeneo che riflette il caleidoscopio di culture che la Spagna medievale rappresentò, mescolando echi del canto gregoriano ad uno stile melodico proprio dei Trovatori occitani, insieme ad elementi musicali propri del mondo islamico riconoscibili nei più tardi repertori arabo-andalusi. Il contenuto poetico delle Cantigas è anche esso peculiare: gli scenari in cui i miracoli si svolgono manifestano una sensibilità cosmopolita (i protagonisti sono spesso pellegrini e viaggiatori) e si ambientano, a volte con contezza, altre per puro gusto dell’esotico, in una molteplicità di luoghi dell’Europa e del mediterraneo inclusa l’Italia. I racconti sono intrisi di una religiosità popolare e variopinta, ben lontana dall’ortodossia ecclesiastica, dove santi, diavoli, maghi, megere e personaggi sovrumani d’ogni sorta interagiscono col piano della realtà ordinaria senza mediazione, come dei, ninfe e fauni della classicità. L’esito delle vicende è sempre moraleggiante ma il loro svolgimento è spesso intriso di elementi fantastici, a volte anche ironici e grotteschi.
Ad esempio: la cantiga 293 è ambientata in Lombardia e narra di un giullare di grande successo, ricoperto di glorie dai suoi mecenati per la sua esilarante abilità nelle imitazioni, che nasconde però un oscuro segreto: è il diavolo in persona a consigliarlo prima delle sue esibizioni! Quando il satanasso lo invoglia a tentare l’imitazione blasfema di una statua della Vergine il menestrello subisce finalmente la meritata punizione divina e, in una scena ai limiti dell’horror, tutte le sue membra si torcono contro natura lasciandolo agonizzante e paralizzato. Compresa la gravità del suo gesto il meschino chiede perdono alla Santa Madre che, nella sua infinita clemenza, lo guarisce tra il giubilio del popolo accorso.