Resistenza mia, con chi ti avrò tradito? [Le Promesse – Amor Fou]
Pare di vivere proprio un Indian Summer (nonostante altri eventi avversi). I meccanismi del pensiero c’hanno fatto rimbalzare agli Indians in the Summer, la squadra di baseball d’un giovanissimo Boss. E così ecco il sette ottobre 2006. Vaghi ricordi meteorologici ci narrano di una serata senza eventi avversi. Il concerto al Santa Giuliana trascorse tranquillo sotto quel punto di vista (sotto tutti gli altri) …Forse… appena un poco di pioggia? …sarà una proiezione emotiva…
Una bella affluenza di pubblico, le cronache parlano di circa ottomila persone. Il repertorio un florilegio di cover del Big Country e qualche foglio dai suoi lavori originali, tra cui My City of Ruins (“The Raising”, l’album post 11 settembre).
Il Seeger Sessions Tour fece tappa a Perugia con il suo caravanserraglio di tradizione folk americana (di Seeger, in verità, solo una canzone), tanta mitologia consolidata in uno Springsteen per alcuni già materiale d’archivio. L’assetto acustico-bandistico accompagnava bene riflessioni-emozioni, le nostalgie di mezza stagione e un pizzico di malinconia, come quando si vedono certi fantasmi (non solo quello di Tom Joad) aggirarsi con sguardo sperduto su per i colli. Poi i fiati, di tanto in tanto, soffiavano sulle braci e montava aria di festa, dei vivi nonostante tutto e dei diversamente santi.
Era autunno, come ora, diversamente da ora. Le canzoni un po’ come le stagioni ed i fantasmi, tornano, imbastiscono lo scorrere del tempo, degli anni e – curiosamente – mentre la texture della vita si logora, alcune di loro possono sì cambiare colore, prendere sfumature brunite (sangue antico) ma resistono, diventando addirittura più significative.
Il concerto iniziò con Atlantic City (Nebraska – 1982). Al tempo era già monumento (come tutto l’album) per valore e nitidezza. Racconta una storia che sembra d’amore ed è, soprattutto, un fontanile di metafore. Come l’America. Si pensi – in ottica popular – a Lucio Dalla, a Francesco Guccini e pure a Gianna Nannini. Il concerto finì al secondo set di bis, con American Land (ispirata a Seeger e poi re-incisa in Wrecking Ball – 2012).
La famigerata espressione “l’America sta qua”, in quelle due ore e passa, (ri)assumeva un significato alto (ed altro rispetto alle volgarizzazioni populiste). Non si vuole – stavolta, perlomeno – scrivere parole più esplicite che pure bussano alla porta perché, come dice Giovanni Ferretti l’amore non lo canto / è un canto di per sé / più lo si invoca / meno ce n’è, Lindo, che “usiamo” per analogia e contro lui stesso.
Si può, si deve ricordare invece cos’è quella forma di condivisione intergenerazionale di idee e dolori, progetti e desideri chiamata tradizione. Sentimento sempre rinascente. Nella musica folk trova uno degli eccipienti con più elevato grado di socialità. Ed è – parafrasando Mahler – un fuoco che custodisce.
Le canzoni erano proprio crepitanti lingue di fuoco. A riascoltare il disco, ancora oggi, il calore rinvigorisce e fa stare bene. Nel frattempo qualcuno dice di non preoccuparsi: l’inverno sarà tiepido, grazie alle correnti atlantiche. Ma non lo sarà per tutti. E poi: tiepido, termine che fa… rabbrividire. Nell’incertezza climatica, si potrà magari fare uso dell’album di cover soul e rhythm ‘n blues in uscita, senza caricarlo troppo di responsabilità. Certo, con quel titolo, “Only the Strong Survive”…
Ebbene, ora ogni cosa muore, baby, è un fatto / Ma forse ogni cosa che muore un giorno tornerà. [Atlantic City – Bruce Springsteen]