Cosi vanno le cose, così devono andare [Consorzio Suonatori Indipendenti – Fuochi nella notte]
Le vie del Signore sono infinite. Ogni tanto si fa il gioco del se fosse stato …. Beethoven con l’udito d’un piccione, Michel Petrucciani col fisico d’un triatleta, Mia Martini senza lo stigma che l’ha accompagnata. Nella vicenda umana ed artistica dei Beach Boys e in particolare di colui che se ne considera il leader, Brian Wilson, di opzioni ed alternative ce ne sono state, con vari gradi di umana responsabilità e di scelta.
I genitori non si scelgono, chissà forse un giorno ci si arriverà, per il momento no. Brian non poteva scegliersi un padre diverso da Murry, che a quanto pare abusò psicologicamente se non anche fisicamente dei figli. E pur vero che quest’uomo non proprio esemplare riconobbe e stimolò il talento del primogenito e dei suoi fratelli e fu un punto di riferimento per l’artista in momenti cruciali della sua carriera.
Drogarsi è una scelta? Lasciamo la domanda aperta e non inoltriamoci in gineprai argomentativi. Almeno non tanto, quanto basta per ricordare che, quando scrisse California Girls, nel 1965, Brian stava sperimentando il suo primo trip: mentre provava l’LSD ebbe lo stimolo di andare al piano e delineò il riff di quella celeberrima canzone. Un vissuto torrenziale dove la creatività è a braccetto del dolore e degli eccessi. Si mescolano la sordità all’orecchio destro, malattia mentale, terapeuti manipolatori, tre matrimoni, sette figli di cui cinque adozioni, misticanze mistico-religiose. Tra declini e resurrezioni, la musica segue e si ribella a questa dissennatezza, se ne nutre e la depura. Tocca il sublime.
I desideri non invecchiano, quasi mai, con l’età. Brian Wilson è un talento precoce e disordinato, agitato, con un ruolo immenso nella storia della musica, che la si chiami pure popular e a dispetto di tutti quelli che hanno per parametro di riferimento il pensiero di Adorno. Alcune minuzie. Ha inventato un modo di cantare su tonalità alte evitando il falsetto. E contribuito in maniera determinante a definire quella tecnica di armonizzazione vocale che ha reso i Beach Boys imitatissimi ed inimitabili.
È stato uno dei geniali innovatori nell’uso dello studio di registrazione, dove sperimentò il metodo del “tape splicing”. Registrava singoli segmenti di una canzone che poi si potevano utilizzare ed assemblare in maniera differente, come un mosaico, così elaborando differenti sviluppi e variazioni. Si ripensava la stessa filosofia del fare musica, si passava dalla composizione all’oggetto sonoro s/componibile. E, si dice lo abbia detto Paul McCartney (se glielo si chiede lui smussa ma non smentisce), ha scritto la più bella canzone al mondo.
Il vento caldo dell’estate mi sta portando via / la fine (?). Il concerto di Wilson ad Umbria Jazz, il 15 luglio del 2017 è stata un’esperienza chiamiamola strana. Un rituale tra il mesmerismo e l’esorcismo (quando è oramai troppo tardi) del tempo che passa. “Pet Sounds” è “cosa” perfetta, dove superficie e profondità sono facce della stessa medaglia. Un trabocchetto alla morte (che del tempo non è più signora). Quanto si è visto sul palco ha suscitato un coacervo di contrastanti emozioni incluse una perduta malinconia ed una sorta di vergogna nel guardare la debolezza, in alcuni momenti ingovernabile, dell’uomo (vero che sui palchi sono successe cose ben peggiori…). L’esecuzione di quelle canzoni-stelle cadute in terra è apparsa, usando misericordia, incerta, nonostante (o proprio per) la nutrita band di musicisti eccellenti. God Only Knows, cantata come si fosse fuori tempo massimo. Un amico mi diceva “questa è pornografia”, un po’ eccessivo però… Comunque, quel tour, oltre cento date in giro per il mondo, tra il 2016 ed il 2017, al netto di tutto il vampirismo del music-biz, resta (lo si vuole che resti) un nucleo durissimo di umanità. Seduto nella sua fragilità sovraesposta, la maschera di Brian Wilson risultava più vera di quella di un Mick Jagger, appena un anno più giovane, che sembra consegnato ad una eterna performatività. Onestamente, non si va ad un concerto per rimestare nell’entropia dell’essere umani. Però, a parte il te l’avevo detto come sarebbe stato, se un meta-spettacolo si presenta, non si lasci sfuggire l’occasione.
In questo duemilaventuno Brian si è seduto di nuovo, al pianoforte. E noi, nuovamente, abbiamo sbirciato, perché lui canta, ma a noi ancora non ci passa.
L’estate sta finendo / e un anno se ne va. [ Righeira – L’estate sta finendo]