12 Luglio 2021

Breathless

Dionisio Capuano
Breathless

Marzo ventoso / mese adolescente / marzo luminoso / marzo impenitente [Marzo – Carlo Michelstaedter]

Le mezze stagioni non esistono più. O forse è tutta una mezza dentro la quale si agitano vani tentativi di inverno ed estate, illusioni di primavere tra sensazioni d’eterno autunno. Le stagioni sonore sono tutte mezze e non si capisce bene quando iniziano o finiscono. Nella seconda metà degli ottanta, una forma di escapismo esistenziale colpiva con più forza la musica rock, lo sciabordare della (non più) new wave rallentava, le immagini si sgranavano, le tempeste avevano consistenza granulare e gli impeti vaporizzavano in malinconia. Il riflusso ed il limbo. Scolorivano l’estetica dark e i suoi culti, con l’eccezione – trasformazione che forse conferma la regola: The Cure. Tra gli dei minori, peculiari per resistenza e originalità, si annoverano i Breathless.

La band, che s’assetta in quartetto, prende il nome da un film di Godard (poi si serve di Hesse per il titolo di un album e di Dubuffet per la copertina di un altro); new wave e nouvelle vague però s’assomigliano per equivoco più che per effettive affinità; si gioca sulle impressioni. Dominic Appleton (voci e tastiere), Gary Mundy (chitarra), Ari Neufeld (basso), Tristram Latimer Sayer (percussioni) – quest’ultimo per un po’ sostituto da Martyn Watts -, tessono, oramai da quarant’anni, una tela sonora che, tra suggestioni ed ascendenze, rimane inconfondibile (la voce di Dominic …), originale d’uno spleen da adolescenza acuta, come uno se la può immaginare – via i sei grandi di separazione – pensando a Rimbaud o (eresia?) a Michelstaedter.

Nella crisalide dei Breathless s’agitano umori visionari che vanno ad addolcire il clima scuro e generano uno “sturm und drag” a basso rischio. Ma non si tratta di musica pavida, tutt’altro. Quando li incrociammo, c’erano già due album, “The Glass Bead Game” (1986) e “Three Times and Weaving” (1987) che facevano il loro sporco lavoro: l’universo poteva trovare spazio dentro di noi, si poteva indugiare come poeti falliti sulla mancanza del coraggio di vivere, stillandone miele dolce-amaro e si poteva ascendere arditamente e risalire, tra melodie bipolari, su per muri sonori di chitarre, da cui poi lasciarsi cadere nelle trame armoniche di canzoni che si incollavano indelebilmente al cuore. E diventavano sempre più chiare nella forma, trasparenti nella cantabilità. “Between Happiness and Heartache” (1991) coglie uno stato emotivo che non è una terra grigia dell’anima, ma proprio quell’autunno ubiquitario, consapevolezza nostalgica. In termini di marketing musicale si venderà altrove come “dream pop”, ma si tratta di una banalizzazione.

La complessità genomica del gruppo londinese, (vi si potranno trovare tracce di Velvet Underground, primi Pink Floyd, Can), è rimasta sempre nascosta anche nelle circostanze più sperimentali, come “Blue Moon” (1999) dove il confine della forma canzone viene superato nelle ampie praterie lunari di Moonstone. Padroni di se stessi, con una propria etichetta discografica, la Tenor Vossa, piccola e resiliente alle mode, i Breathless si sono presi i tempi che volevano, tornando nel 2003 con “Behind the Light” e poi nel 2012 licenziando un eccellente “Green To Blue”.

Li vedemmo in quel posto che, di sera, se pioveva o c’era nebbia, sembrava davvero di andare a casa della famiglia Bates. Norman e il Presidente. La capacità e la volontà di Fabrizio Croce (e di altri, certo) fecero sì che, chiusa l’esperienza del Suburbia, Perugia trovasse un nuovo luogo per passaggi sonori alternativi, mantenendo la verde Umbria connessa ai reticoli della creatività internazionale ed il Norman (il nome si accorciò quasi subito), per diversi anni, fu un’efficace antenna delle mutazioni culturali globali. Che anno era, che giorno era quella sera dei Breathless. Non ricordavamo bene. In testa abbiamo stampati i primi due album, quindi…1988… Il bel documentario di Nicola Bedont, The Story of Norman, ci ha precisato la data: quattro marzo. C’era, di sicuro, voglia di ondate d’elettricità per spettinare le ubbie del periodo e refrain che sostenessero qualche illusione. Una musica che ci accogliesse come naufraghi per un’oretta. Fu così che una band in apparenza timida, ottima per specchiare le nostre inanità, si protese sulle canzoni fuori del palco, verso di noi, trasformando lo spazio chiuso del locale in un paesaggio cangiante (bosco magico, spiaggia spazzata dal vento, prateria illuminata da Selene), avviluppando tutti in un’atmosfera oltre il tempo. Di questi giorni la notizia della ristampa di “Between Happiness and Heartache”, che compie trent’anni, e l’annuncio di qualcosa di nuovo, pure. E così è un attimo voltarsi indietro.

Ma dov’era finito? Al bancone del bar non c’era. L’aveva cercato pure in bagno. Lo scorse, con lo sguardo perso, a braccia aperte, sopra gli scogli.

Dionisio Capuano

È project designer e manager in ambito formativo e culturale. Collabora con la rivista Blow Up e tenta, senza successo, di mettere ordine nelle sue passioni per le varie forme dell'arte. Oggetto di studio in un recente saggio sulla critica musicale, ha pubblicato più di ottanta recensioni su dischi inesistenti ed è coautore di un album di musica elettroacustica.

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