Ma perché stai sempre sui margini, sui bordi?
Bob Ostertag è nato ad Albuquerque nel 1957 e, a dispetto della scarsa fama tra il pubblico, sicuramente “conta per la gente che conta”. Ad esempio per Fred Frith e, se Frith dovesse sembrarvi Carneade, per Robert Fripp. Soprattutto, al di là delle battute da salotto di Fulvia (quella di Pericoli e Pirella, eh!), ha un riconosciuto e riconoscibile ruolo nei percorsi contro-culturali degli ultimi quaranta anni (basta documentarsi un poco). Musicista, ricercatore, impegnato politicamente e socialmente, anche ma non solo con e per le associazioni LGBT+, tra la fine dei settanta e i giorni nostri, ha costruito un corpus multidisciplinare di notevole spessore e di forte integrità etica.
Quasi che si consiglia di iniziare dall’attività di professore di Studi Tecnoculturali all’Università della California e da recenti articoli, tipo Facebooking the Anthropocene in Raja Ampat: Technics and Civilization in the 21st Century, (PM Press, 2021). E qualora la regione indonesiana sembrasse troppo distante (non solo in senso geografico) dall’Umbria, si provi con Sex Science Self: A Social History of Estrogen, Testosterone, and Identity, (University of Massachusetts Press, 2016). Senza dimenticare lo sguardo personale e profondo del suo libro “Creative Life: Music, Politics, People, and Machines” (University of Illinois Press, 2009), tra i quattro-cinque titoli buoni per inquadrare il terzo millennio.
E la musica? Manipolatore di nastri e registrazioni, originale utilizzatore di sintetizzatori, ha sviluppato, da solo ed in svariate situazioni collaborative, un pensiero sonico, di apparenza informale, che dall’avanguardia mista al jazz (era il 1979 ed il trio si chiama Fall Mountain) evolve attraverso impasti elettronici, campionamenti, cut up e patchworks anche operando in tempo reale sul suono prodotto dagli altri musicisti. Secondo un nostro parallelismo del tutto eretico, i suoi lavori hanno la significanza linguistica e politica dell’opera di Pollock o di Vedova e narrano la saturazione estetico-mercantile dei tempi nostri; si ascoltino, ad esempio, Wish You Were Here (2016) oppure “Like a Melody, No Bitterness” (1997).
Pierre Hébert, canadese di Montreal, classe 1944, è protagonista, e di fatto già un classico, del cinema sperimentale e della scena multimediale, erede della grande tradizione dell’avanguardia (l’ossimoro ci piace molto), quella che da Man Ray arriva (e supera) Stan Brakhage. Analogamente all’artista di Kansas City, anche lui, fra le altre cose, manipola la pellicola, lo fa in tempo reale e i suoi “scratches” sono veri e propri grafemi metasemantici. Fin dagli ottanta collabora con molti musicisti, esplorando le possibilità espressive e poetiche dell’improvvisazione multimediale non idiomatica e la commistione dei linguaggi.
L’incontro tra i due ha dato vita ad una reazione chimico-artistica che porta il nome di Living Cinema. La dinamica vede Hébert disegnare su vari supporti e manipolare materiali ed oggetti, mentre Ostertag rielabora attraverso applicativi digitali i suoni prodotti da quelle azioni e si inserisce pure nei processi mixed-media. Ciò che ne deriva è l’immagine-musica del fare creativo, la visione ed il rumore vivificante dell’invenzione mentre accade. Un gioco serio, attraverso il quale osservare la nostra storia, mentre qualcuno (la) sperimenta. “Between Science and Garbage” raccoglie i detriti emozionali dell’undici settembre, “Endangered species” racconta la guerra in Iraq, “Special Forces” ci porta nel Libano bombardato del 2006.
Settembre 2009. Si tiene la sei giorni di “Perugia Arti Contemporanee”, curata da Moreno Barboni. Un altro di quei sussulti creativi che scuotono il paesaggio umbro. Al suo culmine, la performance di Ostertag e Hébert, in cui vanno a confluire due workshops, uno sull’animazione e uno sul suono, i cui partecipanti hanno di fatto contribuito alla realizzazione dello spettacolo. Al Teatro Brecht, il 26 del mese, riappariva una casetta, come in “Between Science and Garbage” ma in uno scenario più ampio, verrebbe da dire deflagrato, oramai. Nel cuore del progetto “Home” una domanda: “Che cosa succede oggi alla casa dell’umanità?”. E nella dimensione scenica singolare ma non certo inedita (da Cage in giù), più prossima al set di un seminario che non all’immaginario del concerto sia pure “sperimentale”, la creatività diventava chiaramente un fatto educativo, nel senso etimologico del termine. Era il presente a cantare, direttamente dai quotidiani del giorno. Un canto strano, non cantabile, ma sintonizzato sulle frequenze che vibrano sovente nello stomaco ed in gola, mentre guardiamo il mondo e che la formula pentagrammatica non riesce ad esprimere. Forse è la ragione per cui, proprio in questi giorni, c’è ritornato in mente quel passaggio sonoro di quasi tredici anni fa e non un altro.
Perché dai bordi, dai margini si vede meglio il centro.