Non c’è niente di più bello di una chitarra, eccetto forse due [Frédéric Chopin]
Una chitarra campeggia nel frame di “Passaggi Sonori”, tra l’erba che si può immaginare verde o secca, come meglio pare. Sarà primavera, estate o chissà autunno. Lo strumento è in terra, appoggiato un attimo, abbandonato, perduto. Una storia allegra o forse triste, qualcosa che finisce, che deve ancora iniziare. Un essere umano da solo o un bel gruppo che sta per festeggiare attorno al fuoco.
Tante storie immaginabili, che possono intrecciarsi con le corde di Bill Frisell. Cresciuto in una famiglia di musicisti, lo zio chitarrista, si è formato alla scuola di grandi nomi della sei corde, uno su tutti: Jim Hall. Con lui suonerà, inciderà e si farà molto apprezzare anche dalle nostre parti, in un epifanico finire di 1994 e poi nell’estate successiva.
Alla metà dei novanta il quarantenne di Baltimora è già nome di punta del chitarrismo internazionale, in una fase segnata pure da rifluenti rilassatezze country, jazz bluegrass. Che forse scontentano chi ne aveva amato gli esordi su ECM ed era rimasto folgorato da “Before We Were Born” (1989), appassionandosi alle avventure zorniane, a partire dai piroclastici Naked City, in cui Frisell contribuiva non poco a fiammeggiare i destrutturati pentagrammi.
Con Frisell bisogna essere d’ampie …vedute e godersi le ondulazioni del paesaggio, tra consolidati jazz (Fred Hersch e Lee Konitz, ad esempio), nostalgia dei bei tempi e del tempo bello (Burt Bacharach, ad esempio), proiezioni sperimentali in blues e giochi alchemici. La voce dello strumento, senza quasi soluzione di continuità, attraversa stagioni e umori mantenendo certe sue timbriche, la precisa punteggiatura, lo slide innato, che si trasforma e le note diventano aloni luminescenti, oppure fiammate quasi metal. Molte volte viene toccato dalla grazia. In quei casi del pop se ne può fare metafisica, lacrime incluse. Ad esempio, quando dipana il tema di Live To Tell, lavorando in sottrazione, dentro un flusso stregato.
Il sodalizio con Zorn, appunto. Che potrebbe essere uno dei fili rossi per seguirne le evoluzioni musicali, con grande gioia di coloro che hanno gusti ecumenici e mettono insieme diavolo e acqua santa. Dalle alterazioni di “The Big Gundown”, l’omaggio trasgressivo ad Ennio Morricone (1986), alle vertiginose asperità di “Spillane” (1987) e “Godard” (1987), all’inversione temporale dei “News For Lulu” (1988).
Anche se tre non è il numero perfetto, la dimensione del trio, appare adatta ad esaltare le virtù interpretative e collaborative del nostro e la mutevolezza degli umori. Insieme ad altri due virtuosi, Julian Lage and Gyan Riley, offre a Zorn ginnica sensibilità per metter in musica figure sante quali San Francesco e Teresa d’Avila. E se si trova difficoltà a condividere audio-evidenze di questa formazione, Frisell-manifestazione-dell’ineffabile può essere colto nel tempo senza tempo dello Gnostic Trio, in perfetta unione con Carol Emanuel (arpa) e Kenny Wollesen (vibrafono). Davvero si rimane basiti di come la musica possa prendere l’anima e metterla al muro.
Nell’incertezza del futuro ci si canta una strana canzone, noi chissà se ci saremo. Bill Frisell il prossimo (nel tempo dello scrivente) sabato sarà a principiare l’anno per Umbria Jazz Winter al Teatro Mancinelli, con lui Thomas Morgan, Rudy Royston e la Umbria Jazz Orchestra diretta da Micheal Gibbs. Tra i vari ricordi innescati dall’evento, che si prospetta gustoso, ce ne è in particolare uno che tormenta, perché scintilla preziosamente eppure non è ben ricostruibile, tanto da sembrare una fata morgana della memoria, che fluttua in un’era sospesa. Si va per ricostruzioni indiziarie. Hit Hotel, Perugia, situazione molto confidenziale. Era da solo? Mah. In testa c’è un suono ondoso e malleabile, con gli armonici tenuti dentro, a modellare melodie che poi collassano, giocando con la cantabilità, lasciandola depositare al suolo, dove scompare. Musica quasi immobile, fumo che inspiri e ricordi che hanno impregnato i neuroni e non si lavano più via.
“Cosa stavi ascoltando?… Bill Frisell, professore… Beh, fammene una copia” [citando a mente dal film “La Scuola” di Daniele Luchetti – colonna sonora con musiche originali di Bill Frisell]