26 Giugno 2025

Bello di mamma

Elvio Lunghi
Bello di mamma

Era bello il mio ragazzo, sempre pieno di speranze, mi diceva mamma mia, un giorno sai ti porto via. Tanto gentile e tanto onesto pare il mio ragazzo quand’egli altrui saluta. Bello e impossibile quando percorre con il suo sguardo altero le strade e i vicoli all’interno delle mura. Esce di casa e con due passi è già in piazza. Ma quale piazza? Perché se prendo in mano il racconto di fra Bonaventura, non si sa di quale strada parli e in quale piazza conduca: «Un uomo di Assisi molto semplice, ammaestrato, come si crede, da Dio, ogni volta che incontrava Francesco per le strade della città si toglieva il mantello e lo stendeva ai suoi piedi, proclamando che Francesco era degno di ogni venerazione, perché di lì a poco avrebbe compiuto grandi cose, per cui sarebbe stato onorato e magnificato da tutti i cristiani». (LegM  I, 1). Queste strade potevano uscire sulla piazza per dove si entra in cattedrale, ma di quale cattedrale si parla? Quella costruita nell’XI secolo dal vescovo Ugone al posto della «parva basilica» con le spoglie del martire Rufino? Nella parte di sopra della città. O quella che il priore Rainerio rifondò nel 1140 alle spalle della prima a ridosso delle mura? Nella terrazza dominata da una fontana, da un muro e da una tomba, dove era in antico il santuario della Bona Madre. O la chiesa che il vescovo Guido ricostruì al posto della primitiva cattedrale di Santa Maria Assunta? Con il chiostro occupato dalla residenza vescovile nella parte di sotto della città. O la piazza del comune nella terrazza dominata da un tempio pagano dedicato alla dea Minerva? Nel cuore della città per dove passavano tutte le strade che entravano in città dalle porte aperte sulle mura, fossero rivolte a mezzogiorno o a tramontana, a oriente oppure a occidente, tentando la sorte del cardo o del decumano. Dove erano le case dei «boni homines» che gli «homines populi» avevano gettato a terra dopo che i primi avevano gettato a terra la rocca costruita per l’imperatore Federico Barbarossa in vetta al colle. Oppure la piazza del mercato? O meglio le due piazze, l’una dove si vendavano carni e dove era l’abitazione di Pietro di Bernardone, o l’altra dove si vendevano stoffe dove era il fondaco dello stesso Pietro. L’una posta all’ingresso e l’altra all’uscita, o viceversa, di via dei macelli vecchi che vi si trova ancora, la via che per forza Giovanni detto Francesco doveva percorrere uscendo di casa per andare a lavorare o dove gli pare e piace. Quando sul finire del Duecento alle pareti della chiesa papale di Assisi fu dipinto il gran teatro della vita di Francesco, seguendo il racconto della Legenda Maior di Bonaventura da Bagnoregio, il pittore incaricato, fosse Giotto fosse chi per lui, invece di partire dal primo episodio partì dal quarto con il colloquio di Francesco con un Crocifisso in San Damiano, e da lì poté dipingere sia  i tre episodi precedenti sia i ventiquattro episodi successivi, ma preferì dividere il lavoro tra due squadre di collaboratori sia a destra che a sinistra, salvo che a sinistra fatti due quadri si fermò in riva al fiume, in attesa che i frati si decidessero per chi parteggiare. Ambientando l’omaggio della città al suo santo nella piazza del vescovo? O quella dei preti? Nella piazza dei mercanti? O in quella del comune? Alla fine fu estratta la pallina del comune, e fu così che la scelta di Francesco fu ambientata davanti a un tempio antico con accanto una torre e un palazzo, copiando alla lettera quel che vi si vede ancora. Alla caduta dell’Impero romano, la piazza che per alcuni era la sede di santuario dedicato al culto delle acque, e per altri la sede del foro, era stata progressivamente occupata da residenze private, salvo uno slargo antistante il tempio che si salvò diventato chiesa cristiana. La rinascita della piazza nelle dimensioni primitive è legata alle origini del comune medievale, logica conseguenza dei disordini esplosi nel 1198 tra nobili e popolani alla fine del feudalesimo. Nel 1212 i monaci di San Benedetto al Subasio cedettero in enfiteusi ai consoli del comune il casalino di San Donato, cioè la cella del tempio, mantenendo l’uso delle camere tra le colonne. Nel 1228 il comune acquistò alcune case antistanti il tempio per ampliare la piazza. Nella stessa occasione fu liberato il vestibolo tra le colonne, che diventò la sede dell’arengo. Soltanto nel 1456 l’edificio tornò alla primitiva destinazione religiosa. Con Francesco diventato santo, vinse il comune perse la Chiesa.

Elvio Lunghi

Insegnante pensionato non ha perso il vizio di raccontare storie

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