Che Dio ti maledica, pensò suo zio, sto solo cercando di evitarti di diventare un fenomeno da baraccone.
[Il Cielo è dei violenti – Flannery O’Connor]
La prendiamo un po’ larga. Gli angeli non hanno sesso. Invece alcuni umani si ritrovano sul confine incerto.
Provano a tendere le braccia, da una parte o dall’altra, ma non trovano appigli. Molto spesso incontrano ignoranza e pregiudizio. Sì, qualche volta accoglienza. Frequentemente sarà educata maschera borghese, però, in alcuni casi, finalmente, un’attitudine sincera; taluni la definiscono accettazione positiva incondizionata. La capacità relazionale di sintonizzarsi con il nucleo di valore ineliminabile dell’altro, che, indubbiamente, può essere sepolto dalle macerie e dai macelli che l’essere umano attira, come c’insegna Franco Battiato. E poi c’è la sfacciataggine della creatività.
A proposito. Il cantautore siciliano nel settembre del 2013 ha tenuto all’Arena di Verona un concerto con Antony Hegarty, ossia Antony and the Johnsons (più recentemente, Anhoni), altro angelo incerto dall’ugola certissima che si estende su quasi due ottave, assonante a Demis Roussos e al Brian Ferry del secondo periodo. “Del Suo Veloce Volo” è un bel regalo da fare, da farsi.
Viene proprio dall’incontro con Antony una prima svolta nella carriera di Baby Dee (e mai rivelerà il suo nome di battesimo). Di Cleveland, classe cinquantatre. Un percorso curiosissimo il suo. Per un ventennio, a partire dagli anni settanta, in vagabondaggio artistico-esistenziale, tra la performance di strada, l’organo d’una chiesa cattolica e, dopo il guado dell’identità sessuale, nuovamente ad esibirsi, con il Bindlestiff Family Cirkus. Suonerà l’arpa nell’album d’esordio della transgender di Chichester che la metterà in contatto con l’etichetta discografica Durtro di David Tibet per la quale usciranno una manciata di lavori, all’inizio del terzo millennio. “Little Window” e “Look What the Wind Blew” (2001), “Love’s Small Song” (2002), “A Book of Songs for Anne Marie” (2004). Folk ed inquietudini, leggerezza perduta e ombre di navi nere all’orizzonte.
Ad un certo punto, Baby Dee preferirà lavorare come tree climber. Il crollo di un albero sulla casa di un cliente e l’oneroso risarcimento dei danni la costringerà nuovamente alla musica. Siamo nel 2008, Will Oldham e Matt Sweeney producono il suo terzo album “Safe Inside the Day” che riceve molta più attenzione dalla stampa specializzata.
Si apre la seconda stagione, sempre parca ma di eccellente qualità: “Regifted Light” (2011), il disco insieme a Little Annie “State of Grace” (2012), “I Am a Stick” (2015). Baby Dee è un ibrido umano-angelico, un essere supernaturale. La sua voce accoglie sfumature timbriche di Antony e David Tibet, ma è, secondo noi, di livello superiore, con quelle velature di finissima raucedine e nuance di vibrato e melismi. La musica, intrisa di classicismo e gotico americano, cabaret e luminescenze quasi psichedeliche, letteralmente apocalittica.
Erano i Santi del 2018 e all’Auditorium di San Domenico si teneva un rito al contrario. Nulla di demoniaco. Anzi, c’era una dimensione religiosa, secondo l’etimologia di religere / relegere (ci piace questo significato a quello costringente di religare). Music is a holy thing. Oltre al mero godimento sonoro, si rendeva possibile rileggere la propria esistenza attraverso canzoni di melanconia e ironia, crepuscolo e joie de vivre, delitto e tenerezza. Sotto l’abside di quel luogo ora adibito ad altro culto (quello dell’arte, che come la fede è sempre più scarsa del necessario, nonostante i tanti che la professano) con le spalle ad oriente, quasi in backstage, avevamo davanti Baby Dee al pianoforte, una fata ignorante al quadrato, no, un angelo cadente e gocce sospese di calda luce digitale. Più lontano, nell’oscurità, l’uscita-ingresso principale, oramai in disuso, del tempio. E ci chiedevamo: ma siamo fuori o dentro?
L’essere ideale? Un angelo devastato dallo humor. [L’inconveniente di essere nati – Emil Cioran]