04 Gennaio 2021

Vinicio Capossela

Dionisio Capuano
Vinicio Capossela

Doveva aver impiegato giorni per arrivare, attraversando boschi, svalicando monti e colline. Lo scorgemmo nascosto dietro le colonne del portico del lato ovest. Ma è…Sì, sì! È proprio lui, finalmente! Chissà cosa farà adesso, con la fame che ha…

Nella voce dell’artista la memoria si fa memoriale. Il passato non è un vagheggiamento ma essenza che si consustanzia nel qui ed ora, quanto meno nel tempo dell’ascolto, ma è sufficiente. Vinicio Capossela da trent’anni racconta personaggi, a volte archetipici, che nelle canzoni prendono vita attraversando i confini temporali e quelli tra immaginazione e reale, per portare sano scompiglio nella quotidianità. Uomini e bestie fuggite dal circo del buon senso. È anche uno dei pochi a cantare le languidezze dell’amore senza saponificarlo nella melassa.

È problematico rendere omaggio a San Francesco, Capossela l’ha fatto senza troppe didascalie proprio sul sagrato della Basilica in finire d’estate 2012, una serata fredda, che fece spuntare qui è là invidiate copertine di pile in cui avvilupparsi e stimolò la ricerca di bevande calde per stemperare il vento, a costo di perdersi qualche nota, che pure a distanza, tra fastidiosi vocii e folate, riusciva a farsi strada. D’altra parte le Pleaidi si erano già appalesate.

Qualcuno diceva che guardiamo il mondo attraverso lo specchietto retrovisore e retrocediamo nel futuro. Le canzoni di Capossela funzionano così. Si dica un po’ di più: nelle forme di ballate arcaiche, di melanconie jazz, del rebetiko, di grotteschi walzer, di frenetiche bossa nova – e chi più ne ha scandisca il ritmo, ci accompagnano come antidoto alla superficialità del progredire tecnologico, fluendo inevitabilmente in quelle stesse reti. E c’è poi quella, da ricantare in testa à la Springsteen o à la De Andrè, messa in immagini da Ciprì dove ritroviamo pure Enrique Irazoqui. Certo, la retorica può strangolare la sostanza politica (quel poco rimasto) pure facendo, con le migliori intenzioni, contro-narrazione; vedasi il depotenziante duetto con Young Signorino. Però, ogni tanto, il rischio va corso.

Lo vedemmo sgattaiolare veloce, passare a zig zag tra il pubblico, infilarsi sotto le sedie, scompigliare i capelli a delle ragazze davanti a noi. Schizzò sul palco e sparì nel backstage. Per un po’ vedemmo gli occhietti dello Gnefro lampeggiare nel buio.

Dionisio Capuano

È project designer e manager in ambito formativo e culturale. Collabora con la rivista Blow Up e tenta, senza successo, di mettere ordine nelle sue passioni per le varie forme dell'arte. Oggetto di studio in un recente saggio sulla critica musicale, ha pubblicato più di ottanta recensioni su dischi inesistenti ed è coautore di un album di musica elettroacustica.

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