Notte fonda. Lei: ma che fai lì in piedi nudo davanti la finestra? Lui: Guarda! Una statua del giardino mi sta facendo il gesto dell’ombrello! Lei non fece in tempo a replicare. Lui era già di sotto con il fucile in mano.
Nyman dovrebbe aver visitato Assisi già nei ’70. Anni in cui la sperimentazione trovava un cromakey sociale e politico efficace per i suoi effetti. In quegli anni scrive un libro importante, “La musica sperimentale” (1974), acuta osservazione di uno spazio-tempo carico di tensioni e promesse. Esce il suo primo album per la Obscure Records di Brian Eno, “Decay Music” (1976), avviando la sua collaborazione con Greenway. Sonorità lontane da quelle che hanno fatto cortocircuito con il sistema dello spettacolo. Però il gene della dissolvenza, del decadimento è nel DNA della sua musica tutta.
Nel 1968, si dice per primo, aveva applicato l’espressione “minimalismo” ai contesti musicali, recensendo Cornelius Cardew. Il termine è stato poi utilizzato per definirne il corpus artistico. Quello orchestrale è tripudio di patterns ritmico-melodici iterati con variazioni ed arricchimenti, intrisi di tematismi del seicento e del settecento, che si sviluppano in tessiture geometriche stilizzate, post-moderne con una lacrima di distopia. In verità, Nyman è minimalista forse soltanto nel suo primo disco. Poi lo si direbbe un massimalista, anche nelle sue varie composizioni per solisti. Procede per accumuli sonori, a volte nevrotici, spesso irreversibilmente tragici. Quando è gioioso si tratta di ebbrezza inquieta. E i suoi “piano solo” fanno da eccezione che conferma.
È l’ansiogena drammaticità delle colonne sonore dei film di Greenway che fa breccia nella libido del grande pubblico, creando una star della contemporanea divulgativa, la più fulgida insieme a Philip Glass. Ma sarà il tema di “The Piano”, che sembra rubato a un libro di scottish songs, a farne un’icona pop.
Due anni fa, nell’estate del 2018, per Universo Assisi, Nyman sedeva davanti a San Pietro e ad un pubblico attraversato da brividi di adorazione, attesa e rade ombre di scetticismo. L’immaginario del film della Campion negli occhi di molti. Un set di interpretazioni icastiche. Il pianoforte cantava quasi scorbutico. I fogli degli spartiti via via gettati a terra. Ed essere un po’ scontenti è stato liberatorio.
Anche Lei andò alla finestra. Le due figure correvano inseguendosi giù per il declivio, sotto la luna piena. Sembrava giocassero, in verità. Aspettò un po’. Non sentendo colpi si rimise a letto, come ogni volta.