Una voce poetica forte quella di Ida Vitale. Amica di Mario Benedetti, ha insegnato Letteratura nelle scuole superiori e ha pubblicato diversi articoli sulla rivista ‘Epoca’. A seguito del colpo di stato militare che scosse l’Uruguay nel 1974, ha vissuto esiliata in Messico fino alla metà degli anni Ottanta. Nel 2015 ha vinto il premio Reina Sofia e nel 2018 il massimo riconoscimento delle Lettere Spagnole, il premio Cervantes. La sua poesia si interroga su argomenti come la memoria, il tempo, il linguaggio:”la parola è cosciente del proprio limite ma anche del proprio potere di strumento atto a sovvertire una realtà data, a farsi complice dei sogni dell’individuo. La voce poetica si va forgiando tutta nel crogiolo di queste domande che rivolge alla vita, e si va formando all’interno di un tempo e di uno spazio reale continuamente rimodellati, frantumati, sollecitati a uscire da sé e a rientrare in sé. in una infinita dinamica di fughe e ritorni che approda a una sostanziale accettazione della condizione umana”.
Questo mondo
Soltanto accetto questo mondo chiaro
certo, incostante, mio.
Solo esalto il suo eterno labirinto
e la sicura luce, anche nascosta.
Desta o dentro un sogno,
calco il suo grave suolo
e è il suo credere in me
quel che fiorisce.
Possiede un cerchio sordo,
limbo forse,
dove al buio attendo
la pioggia, il fuoco
senza alcun freno.
Se cambia la luce a volte,
è l’inferno;
a volte, raramente,
il paradiso.
Qualcuno potrà forse
schiudere porte,
veder più in là
promesse, successioni.
Io vivo solo in quello,
da lui spero,
e sa darmi stupore.
Me ne sto lì.
rimanga,
rinascerai.
Assicurazione contro la morte.
Noi disponiamo tutto.
Ma non abbiamo previsto
cosa si dovrà fare
quando la mano perde
le norme che guidarono
le nostre righe pavide
e il vortice può berci
e l’occhio non guardando ci cancella.
Non ci sarà altra istanza
né più ora propizia
né magnete solare che ci aiuti.
Non sorgerà la luce non guardata.
E tuttavia, qualcosa
della perpetua mota
ordina la costanza,
brandisce enunciati contro il tempo,
consegna la salvezza alla parola.
Nel dorso del cielo
Non è casuale
quello che per sorte accade:
un frammento da niente si protegge
dal non esistere, si intreccia
di segni, impulsi,
di sì e di no, ritardi e preannunci,
linee di geometrie celesti,
veloci coordinate dentro il tempo
e qualcosa accade.
Lacci che a noi son pallidi,
per ciò che non vediamo sono ovvi,
e noi la finestra aperta
da dove la tela bianca vola
coperta di disegni.
Ma uno chiama sorte
la sua immaginazione insufficiente.
Nell’aria
Giardino di gerani e la sua aria.
Lascio che bruchi accanto al suo recinto
il bue che pesa sulla mia lingua
e dico: Qui resta, mangia
in verde pascolo, però terreno,
e canta, presto, se puoi,
se non ti ascoltano,
quello che resta da non dire.