27 Settembre 2020

Amavamo la vita a quel modo

Claudio Volpi
Amavamo la vita a quel modo
disegno di Stefano Migliosi

Ieri è stata intitolata una via di Assisi a Piero Mirti (1930-1996), avvocato, politico giornalista, scrittore, ma soprattutto Poeta, e Poeta della nostra città. Il fatto di avere avuto questa acuta sensibilità e questo approccio alle cose ed alla politica autenticamente umanistico, il suo valore intellettuale, l’avere sempre presente una visione e un progetto culturale lo hanno reso un personaggio piuttosto unico, certamente con pregi e difetti, ma comunque capace di lasciare un segno ed anche una sorta di rimpianto veramente duraturo nella nostra comunità. Scriveva:” Quando passeggio per i vicoli della mia città, nel suo cuore misterioso, dove andiamo come i gatti a nascondere il nostro dolore, e torno con il pensiero a quello che era Assisi ai tempi della giovinezza, intatta e incontaminata, prima che le mani barbare dei mercanti la violentassero, mi convinco che non sia stata una occasione perduta, ma una vera scelta. Ho scelto… la Gabbia d’Oro. E non ho rimpianti, perché non avrei saputo vivere, soffrire e morire in nessun altro luogo della terra. Anche se sono stato condannato ad assistere inerme al degrado di Assisi, che ogni giorno sprofonda sotto i miei occhi in un mare morto di sabbie”. Ma qui lo ricordiamo come Poeta, un poeta dolce, sentimentale, elegiaco, i cui versi tonificano come una piacevole brezza, ci aiutano a celebrare ogni istante della nostra breve vita, ci parlano di ‘Assisi come Madre di Pietra, come genesi turrita di storia, d’immaginario, di conoscenza, di fede, città dove si può divenire folli di carità…’

Sera di Assisi così dolci

Sera di Assisi così dolci
Giacciono le ombre di viola
Come mucchi di fieno tagliato.
E i fanciulli adornano le strade
D’erbe e di petali, gridando.
Ora canta il flauto ondulato
Tra le acacie il cuculo suona.
E  frulla il merlo dal fitto del melo.

Come un docile gatto avvelenato

Cimiteri di lucertole trafitte
Con ferocia io ricordo nell’estate
Solare, con ordine sepolte,
E gonfi rospi neri raccolti
Negli orti delle piogge, per disegno
Crudele contro quelle fanciulle
Tenere compagne d’altri giochi.
Sassate sibilanti tra gli ulivi
Seguite da un gemito profondo
Per la danza dei passeri innocenti.
I suoi occhi, ricordo, inesplorabili
E accesi sul torbido abisso.
E fu in quel giorno che egli salì
Tra i pomidori, in soffitta per morire
Come un docile gatto avvelenato.

Giovinezza sera dell’estate fuggitiva

Le nostre mani coi fiori del mare
Un giorno dopo il giorno cercheranno
Dove annegano le foglie degli autunni
E si danno pace così i nostri gridi.
Giovinezza sera dell’estate fuggitiva,
Sulle verdi colline senza vento
Innocenti giacevamo nell’attesa
Sotto la luna: la notte ai nostri piedi.
E tu leggiadra correvi tra le stelle,
Chiamando un nome per sentirti madre,
Calda d’odori nati dalla terra
Spegnevi con tenacia il mio respiro.

Misurando sull’erbe i primi passi

Ride Chiara dietro alla gattuccia,
Misurando sull’erbe i primi passi,
E il grido d’argento scioglie il cuore
Dal nodo amaro dei feroci giorni.
La sera ha occhi placidi d’agnella.

E la pace odora nel vento

Lontananze traslucide e azzurre
L’estate nella sera travisa
E la pace odora nel vento.
Cercherò le tue mani tra l’erbe
Per avere un segno di vita.
Come un animale nel silenzio
La vecchia estate è morta
Senza annunci, all’improvviso
Con uve d’oro nelle vigne
E tenere erbe abbandonate.
Sulle colline già vegliava il sole
A guinzaglio reggendo i primi
Venti, inquieti cani mugolanti,
E poi è andata, addormentata
Come un animale nel silenzio.
La pianura è riflessa in uno specchio
Di ruggine dove calano buone le piogge.
E l’ansia è ancora verde prima della fine.

E sono ancora qui madre di pietra

E sono ancora qui madre di pietra!
vanzare nel silenzio infinito
All’ombra di carissime memorie,
In bocca avere il gusto del rimpianto
Fiore di vento nato tra le pietre.
Cornacchie, cicale, campane
Sosterranno il silenzio su di un filo.

E l’autunno Assisi è di cristallo

Già volano gli uccelli verso il sud
Sorgendo dagli ulivi in file nere
Nel chiaro silenzio del mattino.
L’alba è fanciulla tra i vicoli antichi
Scioglie corde e canti di campane,
Giochi gialli inventa con le foglie
Sui tetti correndo a piedi nudi.
Risalgono le rondini dagli orti
Ventagli aerei intorno ai campanili
Travolgono nei cieli i primi gridi.
E l’autunno Assisi è di cristallo.

Aprile 1945

Aprile dopo il grande temporale
Cantava le speranze di lontano,
Le rondini dei mari della morte,
Il gesto d’altri uomini stranieri
E i ciliegi rifiorivano negli orti
Come fanciulle in abiti da sposa.
Nel vento odorato d’erbe nuove
Le campane delle mura antiche
Liberavano i dolori ancora vivi
E mia madre cantò la giovinezza
E mio padre rinnegò il pudore
Della povertà che gli gonfiava il cuore,
Sperando con noi nei giorni della pace.

Amavamo la vita a quel modo

Allora i vecchi stavano al sole
Coi gatti, i cani e gli uccelli
Su grandi sedie di paglia seduti
Fuori dalle case o sulle soglie.
Ogni tanto uscivano le donne
A vederli, col fiasco del vino
E le mosche esiliate dai bimbi
Coi pennacchi di carte a colori.
Salutava alla voce la gente
Chiamandoli per nome,passando:
Parlavano del sole e del vento
Del mondo che gira e non muta
Dei dolori del tempo che passa.
Amavamo la vita a quel modo
Nel giorno in cui appare la morte.

Claudio Volpi
Claudio Volpi

Nato ad Assisi, dove vive e lavora. Laureato in Lettere Moderne, si occupa di Arte e Antiquariato, ha una Galleria D’Arte nel centro storico della città. Dagli anni ottanta ha pubblicato diverse raccolte di poesie, l’ultima quest’anno con il volume “Voci Versate”, Casa Editrice Pagine Roma.

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