11 Ottobre 2020

Alla poetessa delle cose semplici il Nobel per la letteratura

Claudio Volpi
Alla poetessa delle cose semplici il Nobel per la letteratura

A sorpresa questa settimana il Premio Nobel per la Poesia è stato assegnato alla poetessa americana Louise Gluck, settantasette anni, molto famosa in Usa, dove ha vinto premio Pulitzer nel 1993, il National Book Award nel 2014, poeta laureato degli Stati Uniti nel 2003. Molte pubblicazioni, da noi in Italia pressoché sconosciuta tranne che da pochissimi addetti ai lavori e appassionati. Due  soli libri sono stati tradotti nel nostro paese, ‘L’Iris Selvatico’ del 1993, forse la sua raccolta più apprezzata,  pubblicata da Giano nel 2003, ormai introvabile, e ‘Averno’, l’unica ora disponibile, con la traduzione di Massimo Bacigalupo, pubblicata da un piccolissimo editore  e libraio napoletano, Dante e Descartes, che aveva previsto una prima tiratura di mille copie, anche troppe per un libro di poesia, trecento vendute, mentre da  giovedì  sono arrivate più di settemila prenotazioni, premiando così il suo preziosissimo lavoro culturale e il suo intuito. Tra l’altro la poetessa l’abbiamo conosciuta personalmente, qualche anno fa, in viaggio in Italia con una sua amica Insegnante di Storia, una persona minuta e semplice, con una disponibilità umana sorprendente, nessuna aria di superiorità o spocchia nonostante la sua fama già consolidata. Noi amanti della Poesia siamo molto lieti di questo premio, del resto i mass media e i grandi editori che questa volta sono rimasti ‘beffati’ da un piccolissimo libraio, si accorgono della poesia solo quando viene dato ad un poeta un premio Nobel per sbaglio.  Chi è il premio Nobel per la letteratura? Alcuni dicono che la Gluck sia un erede della Dickinson, altri di Whitman, l’Accademia l’ha premiata per la sua inconfondibile voce poetica che con austera bellezza rende universale l’esistenza individuale. Lei canta l’isolamento, la solitudine, che è quello del singolo individuo disperso nella storia e nella società, ma con risvolti cosmici o metafisici, questo è l’elemento centrale della sua poesia, raccontato con immediatezza e con tono confidenziale

Il papavero rosso

Il massimo
È non avere
Mente. Sentimenti:
oh, quelli ne ho; mi
governano. Ho
un signore in cielo
che si chiama sole, e mi apro
per lui, mostrandogli
il fuoco del mio cuore. Fuoco
come la sua presenza.
Che altro può essere una simile
Gloria
Se non un cuore? Oh, sorelle e
Fratelli,
eravate come me una volta, tanto
tempo fa,
prima di essere umani? Vi
concedeste di aprirvi
una volta per poi non aprirvi
mai più? Perché in verità
adesso io sto parlando come voi. Io parlo
perché sono distrutta.

Vespro

Una volta credevo in te; ho
Piantato un fico.
Qui, in Vermont, paese
Senza estate. Era una prova: se
L’albero viveva,
allora tu esistevi.

Questa logica dice che non esisti.
O esisti
Esclusivamente nei climi caldi,
nella torrida Sicilia, in Messico,
in California,
dove crescono inimmaginabili
albicocche e fragili pesche. Forse
vedono la tua faccia in Sicilia;
qui vediamo appena
l’orlo del tuo vestito. Devo
addestrarmi
a dare una parte dei pomodori a
John e a Noah.

Se c’è giustizia in qualche altro
Mondo, a quelli
Come me, che la natura spinge
A vite di astinenza, dovrebbe
Toccare
La parte più abbondante di tutte
Le cose, di tutti
Gli oggetti della fame,
l’insaziabilità
essendo lode di te. E nessuno
loda
più appassionatamente di me,
con
desiderio più dolorosamente
frenato o più merita
di sedere alla tua destra, se esiste,
partecipando
del perituro, il fico immortale,
che non viaggia.

I gigli bianchi

Mentre un uomo e una donna
Fanno
Un giardino tra loro come
Un letto di stelle, qui
Fanno passare la sera d’estate
E la sera diventa
Fredda del loro terrore: potrebbe
Finire, sarebbe capace
Di devastazione. Tutto, tutto
Può perdersi, nell’aria odorosa
Le strette colonne
Che salgono inutilmente e, di là,
un ribollente mare di papaveri.

Taci, mio amato. Non mi importa
Quante estati vivo per tornare:
questa sola ci ha dato l’eternità.
Ho sentito le tue mani
Seppellirmi per liberare il suo
Splendore.

Canto di Penelope

“Animuccia, piccoletta perpetuamente svestita,
ora fa come ti dico, monta
i rami scalati dell’abete;
aspetta in cima, attenta, come
una sentinella o vedetta. Lui sarà presto a casa;
ti conviene essere
generosa. Non sei stata completamente
perfetta nemmeno tu; col tuo corpo assillante
hai fatto cose che non si dovrebbe
discutere in poesia. Pertanto
chiamalo sulla distesa dell’acqua, sulla luminosa
acqua
con la tua canzone scura, con la tua canzone rapace,
innaturale: appassionata,
come Maria Callas. Chi
non ti vorrebbe? A quale più demoniaco appetito
saresti mai incapace di rispondere? Presto
lui tornerà da dovunque vada nel
frattempo,
abbronzato dalla lontananza, reclamando
il suo pollo arrosto. Ah, devi salutarlo,
devi scuotere i rami dell’albero
per ottenere la sua attenzione,
ma attentamente. Attentamente, caso mai
la sua bella faccia sia guastata
da troppi aghi cadenti”

La pianta del biancospino

Fianco a fianco, non
Mano nella mano: ti guardo
Che cammini nel giardino d’estate- le cose
Che non possono muoversi
Imparano a vedere: io non devo
Inseguirti per tutto
Il giardino; gli esseri umani lasciano
Segni di sentimento
Dovunque, fiori
Sparsi sul sentiero di terra, bianchi
E d’oro, alcuni
Appena sollevati dal
Vento della sera; io non devo
Seguirti là dove sei,
in fondo al campo velenoso, per scoprire
la causa della tua fuga, passione
umana o rabbia: in cambio di che cosa
lasceresti andare
tutto quello che hai raccolto?

Lago – Cratere

C’era una guerra tra il bene e il male.
Decidemmo di chiamare il corpo bene.

Ciò fece della morte il male.
Rivolse l’anima
Completamente contro la morte.

Come uno scudiero che vuole
Servire un grande guerriero, l’anima
Voleva parteggiare per il corpo.

Si rivolse contro il buio,
contro le forme di morte
che riconosceva.

Da dove viene la voce
Che dice supponiamo che la guerra
Sia male, che dice

Supponiamo che il corpo ci abbia fatto questo,
ci abbia resi paurosi di amare

Nostos

C’era un melo nel cortile
Saranno forse
Quarant’anni fa-dietro,
solo prati. Ciuffi
di croco nell’erba umida.
Stavo a quella finestra:
fine aprile. Fiori di primavera
nel cortile del vicino.
Quante volte, davvero, l’albero
È fiorito nel giorno del mio
Compleanno,
il giorno esatto, non
prima, non dopo? L’immutabile
al posto
di ciò che si muove, di ciò che
evolve.
L’immagine al posto
Della terra inarrestabile. Che
Cosa
So di questo luogo,
il ruolo dell’albero per decenni
preso da un bonsai, voci
che vengono dai campi da tennis.

Terreni. L’odore dell’erba alta,
tagliata di fresco.
Quello che uno si aspetta da un
Poeta lirico.
Guardiamo il modo una volta,
da piccoli.
Il resto è memoria.

Claudio Volpi
Claudio Volpi

Nato ad Assisi, dove vive e lavora. Laureato in Lettere Moderne, si occupa di Arte e Antiquariato, ha una Galleria D’Arte nel centro storico della città. Dagli anni ottanta ha pubblicato diverse raccolte di poesie, l’ultima quest’anno con il volume “Voci Versate”, Casa Editrice Pagine Roma.

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