“La mia voce cerca di ottenere quanto i miei occhi non possono raggiungere, con un ruotare di lingua circondo mondi e volumi di mondi.”
W. Whitman
Per un cantante affrontare i repertori del medioevo rappresenta, almeno idealmente, un cammino di ricerca destinato a trascendere le mere questioni tecniche e l’esperienza ordinaria dell’esecutore di repertori antichi: la distanza che ci separa dall’immaginario medievale, le difficoltà linguistiche dei testi specialmente più arcaici e la peculiare relazione tra parola e suono non smetteranno di rendere necessario corroborare la sensibilità artistica con una seria propensione allo studio multidisciplinare e una buona dose di eclettismo.
L’insegnamento di Ulrich Pfeifer, che ci ha lasciato pochi giorni fa, è forse proprio questo: Ulrich manifestava una connessione profonda allo stesso tempo emotiva e intellettuale con i canti di cui si è fatto veicolo, riportandoli in vita in uno stile personalissimo che senza mai prestare il fianco ai cliché della musica antica delle accademie coniugava la sobrietà dell’interprete colto alla vitalità del menestrello.
È stato un interprete credibile, in senso letterale: la poesia dei trovatori, dei fiorentini del Trecento, dei giullari alla corte di Alfonso el Sabio, si è reincarnata nel trasporto, nella convinzione e la familiarità con cui Ulrich l’ha cantata dando nuova voce ai suoi autori, restituendo al presente un barlume della loro vita interiore.