25 Agosto 2020

Beltà

Cecilia Rossi
Beltà

È il paese vestito a festa che accoglie i passanti con l’allegria dei colori dei suoi rioni, nel dispiegarsi al vento delle bandiere che mostrano l’orgoglio della propria appartenenza.
Sono le rievocazioni in notturna, illuminate dal calore dei fuochi che come nella caverna platonica, ingigantiscono le sagome sui muri delle case e creano atmosfere suggestive.
È l’allegria delle rappresentazioni della vita di mercato, quando la scena pullula di sagome vestite in abiti medievali che al suono di gioiose melodie, ballano, mangiano e bevono.
È la leggerezza e la grazia delle danze delle donzelle, che abiti adorni di ricami, accompagnano con il fluire delle loro ampiezze; è la raffinatezza dei lineamenti dei loro volti incorniciati da acconciature e nastri ad esaltare la freschezza del loro splendore.
È la fastosità dei nobili cavalieri che ostentano la grandezza dei loro casati uniformando le corti con i colori dei loro stemmi, in abiti profilati da bordure e passamanerie; è l’eleganza delle dame il cui fascino maturo riesce a sfidare la morigeratezza degli abiti e delle acconciature.
È la presenza inquietante degli armati, anonimi e gravidi sotto le lucenti armature che testimoniano la meticolosa laboriosità di artigiani autentici ed improvvisati.
È l’imponenza della camminata dei purosangue che percorrono, tesi, il perimetro del campo, prima di sfrecciare al galoppo in tutta la loro prestanza quando la sfida li chiama.
È il silenzio surreale che accompagna la gara, rotto dal suono sordo e metallico della lancia che infila gli anelli, quando migliaia di contradaioli, assistono agli sfrenati giri di campo per poi esplodere, al termine, in un entusiasmo di voci, suoni e colori.  
“Viviamo solo per scoprire nuova bellezza. Tutto il resto è una forma d’attesa. (K. Gibran)

brevi note etimologiche a cura di Carla Gambacorta

Beltà, ‘bellezza’, che proviene da beltat delprovenzale, a sua volta dal latino tardo bellitatem, è un derivato del latino bellum, quest’ultimo probabilmente dall’arcaico benus (per bonus). In antico erano diffuse diverse forme (beltade, beltate, biltade, biltate, eanche beatà, beutà, biltà e molte altre). La voce era frequente nella lirica amorosa, anche delle Origini; la prima attestazione si legge infatti in un discordo di Raimbaut de Vaqueiras del 1202. Eccone una strofa: «Io son quel que ben non aio, / ni jamai non l’averò, / ni per april ni per maio, / si per madona non l’ò: / certo que en so lengaio / sa gran beutà dir non so, / çhu fresca qe flor de glaio; / per qe no me ’n partirò».

Suggerimento musicale a cura di Francesca Tuscano

Greensleeves (Jordi Savall)

La bellezza è lieve – come una foglia, o la manica del vestito verde di chi amiamo, mentre la sfioriamo. Per questo la chiamiamo beltà. Persino quando ci è nemica.

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