21 Marzo 2025

Odore di Francesco: carne

Elvio Lunghi
Odore di Francesco: carne

Tommaso da Celano lo racconta così: «Vir erat in civitate Assisi, quae in finibus vallis Spoletanae sita est, nomine Franciscus». Vale a dire: «Viveva ad Assisi, nella valle spoletana, un uomo di nome Francesco». Per poi continuare cosà: «… qui a prima evo aetatis suae anno a parentibus secundum saeculi vanitatem nutritus est insolenter et ipsorum miseram vitam diu imitatus et mores, vanior ipse atque insolentior est effectus». E cioè: «Dai genitori ricevette fin dall’infanzia una cattiva educazione, ispirata alle vanità del mondo. Imitando i loro esempi, egli stesso divenne ancor più leggero e vanitoso». Francesco non ne esce benissimo, un giovane viziato da un padre arrogante come se ne vedono tanti in giro. Per dirlo in latinorum, «Talis pater talis filius». O con la morale contadina di Matteo (7, 16-17): «…si raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai rovi? Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi». Un albero lo si riconosce dai suoi frutti, chi è abituato sin dalla prima giovinezza a trafficare solo con ricchezze disoneste, tra Dio e mammona sceglierà sempre mammona: sembra di parlare dei nostri tempi, Francesco è uno di noi. Sappiamo che era figlio di un mercante. Il padre, Pietro Bernardoni, trafficava stoffe prezione tra Italia e Francia, e volle dargli il soprannome di Francesco al ritorno da un viaggio d’affari «in partibus oltremontanis», oltre i monti oppure oltre il mare. Vabbè, ma dove aveva ad Assisi la sua casa il mercante? Naturalmente all’interno del perimetro delle mura romane. Sì, ma dove? Perché nulla ci viene detto dagli antichi biografi, in testa Tommaso da Celano, mentre gli storici più recenti hanno indicato qui o là la casa del mercante dove trascorse i primi anni di vita questo figlio degenere, abitazione o fondaco che fosse. Chi l’ha riconosciuta nel tracciato dell’antico decumano che andava dalla porta di San Giorgio alla piazza del Comune; chi nell’area della Chiesa Nuova alle spalle del Palazzo del Popolo; chi a ridosso della chiesa di San Paolo verso occidente della piazza del Comune; chi accanto alla chiesa di San Gregorio, cioè nei pressi della porta meridionale delle mura romane. Quante case ebbe in sorte Pietro Bernardoni? E sopratutto: in quale casa la moglie Giovanna detta Pica allevò Francesco e gli altri figli? Una traccia, una pista, una quinta soluzione?, fu scovata da un ricercatore dei nostri giorni, fra Cesare Cenci che trascrisse le carte degli archivi di Assisi in un suo libro intitolato «Documentazione di vita assisana: 1300-1530», dato alle stampe in tre tomi tra il 1974 e il 1976. A pagina 52 del primo volume Cenci copiò in parte il testamento che un  «Cecce Iacobutii» – Francesco detto Cecco – aveva dettato il 24 giugno 1309 «in domo ubi ortus fuit b. Franciscus»: nella casa dove era nato il beato Francesco. Lo stesso giorno lo stesso personaggio dettò un secondo testamento: «Item, reliquid, adiudicavit Blaxio fratri sui omne ius quod habet in quadam dommo, scita in macello comunis, cui a primo platea macelli, a II Lellus Calçaverde, a III° Petriolus Iacobi». Insomma lasciò al fratello Biagio i diritti spettanti sopra una casa di sua proprietà attigua al macello del comune, che confinava da un lato con la piazza del macello, da un secondo con l’abitazione di Lello Calzaverde, da un terzo con Petriolo di Giacomo. Se si tratta della stessa abitazione «ubi ortus fuit b. Franciscus», questa andrebbe cercata nei pressi del mercato delle carni, cioè sulla piazza del mercato accanto alla quale era la macelleria comunale. Apparentemente questa via esiste ancora: «Via dei macelli vecchi» è chiamato un vicolo stretto e lungo che collega la strada che scende dalla piazza del Comune passando sotto l’arco dei Priori per raggiungere la piazza antistante il palazzo vescovile a ridosso della chiesa di Santa Maria Maggiore, e la strada che scende dal tratto finale di via Portica in direzione della chiesa di San Gregorio per finire con la casa di Bernardo da Quintavalle, primo compagno di Francesco, non lontano dall’antica porta urbica sotto palazzo Fiumi in piazzetta Garibaldi. Aspirando forte si sente ancora l’odore di carne: carni arrostite nelle tante locande che vi si affacciano ai nostri giorni. Era così anche ai tempi di Francesco?

Elvio Lunghi

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